La tappa con le toppe

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Agosto, mese di libri ripescati in casa perché nessun lettore avido legge tutto quel che compra. Mi è ricapitato in mano “come si parla a Torino” di Viriglio, e sfogliandolo ho rivisto la ‘smorfia’ di Gianduja, i soprannomi che i nostri avi davano ai numeri del lotto. Li dicevano anche durante la tombola a Natale: 1 ‘l pì cit dla nià… 8 le baricole… 16 ‘l cul dle cusinère… 33 la marcia dij canonié… 88 le marghere ‘d Cavorèt… Io credevo che il lato B fosse chiamato ‘il 16’ per via del tram che fa il giro di Torino, percorso tondo come il didietro, e invece no, si diceva già prima dell’arrivo dei tram e c’entravano le cuoche.

Chissà perché… Anche a Cavoretto non ci sono più lattaie, né magre né prosperose sopra e sotto come suggeriva il numero 88. E poi, le foto! Se guardate quelle di montagna del secolo scorso e anche di quello prima (fine ‘800) scoprirete quello che già mi stupiva da gagno a Usseglio. Tutti gli uomini, anche per andare nei campi, portavano giacca, camicia e panciotto. Logori e strafognà, con mille toppe, ma la muda era la muda, non c’erano maglioni o tute.

Persino le guide alpine come i mitici Vulpòt del Villaretto portavano i clienti sui ghiacciai in baravallo, panciotto e cravattino, gli uomini in giacca e pantaloni alla zuava e le donne in gonna lunga, tutti col bastone chiodato alto (l’alpenstock) antenato della piccozza. Me li ricordo, quei montagnin, entrare all’osto per berne un paio prima di cena, dopo una giornata di su e giù da Benòt al Cortevizio con una quintalata di fieno sulle spalle, ben legato alla fraschéra. Me ne ricordo l’odore acuto di sudore e stalla, il dialetto stretto e… il gilé. Noblesse oblige. E grazie agosto per il salto indietro.

collino@cronacaqui.it

 

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