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Cronaca
IL CASO

La strage della montagna: 39 vittime

Errori, distrazioni, sfortuna: nelle ultime cinque estati sono morte 207 persone. Boom con la pandemia

L’ultima vittima è stata Giovanni Gualdrini: domenica l’alpinista, 30 anni, è precipitato in Valle Soana ed è morto dopo un volo di 150 metri. Si è aggiunto ai 38 morti in montagna di questa lunga estate, tutti scomparsi sulle Alpi piemontesi tra il 1° giugno e il 30 settembre: significa che, in media, c’è stata una tragedia ogni tre giorni. Ma le persone soccorse sono molte di più: negli ultimi quattro mesi i 1.200 volontari del Soccorso alpino hanno salvato 634 persone, quindi più di cinque al giorno. Numeri che fanno impressione: «In realtà non si può fare un ragionamento strettamente matematico – mette le mani avanti Luca Giaj Arcota, presidente del Soccorso alpino regionale – Ci sono giorni in cui arriviamo a 30 interventi al giorno, soprattutto sabati, domeniche e festivi. E, durante la pandemia, ci siamo dovuti “spostare” molto sulla collina di Torino: lì c’è stato un aumento di incidenti cui non eravamo abituati».

Confrontando con gli anni precedenti, i dati del 2022 sembrano più “positivi”: è l’anno con i numeri migliori tra gli ultimi cinque, sempre guardando al periodo 1° giugno-30 settembre (quello dove la montagna è più frequentata, insieme alla stagione sciistica). Nel 2018, infatti, ci sono 672 soccorsi con 47 deceduti, passati rispettivamente a 702 e 41 l’anno successivo. Poi c’è stata l’impennata tra 2020 e 2021, con 822 e 701 persone soccorse. Ma, per fortuna, le tragedie non sono cresciute: sono state 42 nel primo anno di pandemia e 39 nel ’21.

Facendo la somma, fanno 3.342 feriti e 207 morti in cinque estati: una scia di sangue che sembra non arrestarsi mai.

Il presidente ne prende atto senza scomporsi: «Sono dati in linea col passato, considerando che il Piemonte ha l’arco alpino più grande d’Italia. Il territorio è molto ampio e ci sono migliaia di persone che lo frequentano. Non è solo una questione di atteggiamenti sconsiderati: sulle cime il rischio zero non esiste».

Per fortuna l’andamento statistico è in discesa nell’ultima estate: «Nel 2022 siamo rientrati agli equilibri pre Covid, con una sorta di “ritorno alla normalità” – motiva ancora Giaj Arcota – Nel ’20 e nel ‘21 c’era tanta gente che usciva dai lockdown e andava in montagna perché non aveva altra scelta. Spesso erano persone non attente e non attrezzate. Certe situazioni erano una barzelletta: qualcuno era uscito nonostante i divieti e, per non prendere la multa, rischiava di congelare durante la notte. Così come quelli che partivano alle 14, senza rendersi conto che alle 18 faceva già buio. Io ho incrociato gente che saliva verso lo Chaberton e mi chiedeva indicazioni per trovarlo, come se fosse difficile da vedere: possibile che non si fossero documentati un minimo? Sono solo alcuni esempi di comportamenti sconsiderati».

Quindi la colpa di certi incidenti è dell’imprudenza e della disattenzione? «Diciamo che, in certi casi, si potevano evitare. La nostra speranza è che i “frequentatori delle terre alte” mettano giudizio, come hanno sempre fatto in passato. Noi, come volontari del soccorso alpino, ci siamo e ci saremo sempre per soccorrerli: 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Ma saremmo ben contenti di non lavorare e non uscire per salvare le persone in difficoltà».

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