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Cronaca
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VOLONTARIATO&SOLIDARIETA’. La storia di Andrea Soldi in un libro. Presentazione di “Noi due siamo uno”

Stasera nel salotto dell’associazione “Difendiamo il futuro” si parla del ragazzo morto per un Tso

«Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere. Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore. Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico».

Così si legge sulla quarta di copertina di “Noi due siamo uno”, il libro che questa sera alle 19, in diretta Facebook, Matteo Spicuglia presenterà nel salotto dell’associazione Difendiamo il futuro, insieme al presidente Andrea Donna e al consigliere regionale Silvio Magliano. Non è un libro di cronaca, infatti il processo ai responsabili è la «parte meno importante». Non è solo una biografia e non è un saggio sul disagio mentale, ma le 170 pagine – scritte con una delicatezza e una sensibilità davvero toccanti dal giornalista del TG3 e pubblicate da Add editore – sono un po’ di tutto questo. La storia di Andrea Soldi emerge dalle pagine del suo diario, che riesce a descrivere in modo sorprendente il percorso psicologico, le allucinazioni e i silenzi che nascono durante il servizio militare e lo avvolgono per più di vent’anni, e dai racconti del padre Renato e della sorella Cristina. Ma il discorso, grazie al contributo di psicologi, medici ed esperti del settore, si allarga al disagio mentale e alla disabilità, alla sofferenza che provoca ai malati e alle famiglie, ai pregiudizi e soprattutto all’inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale. C’è un’evoluzione anche in questa risposta “pubblica”, che parte dalla medicalizzazione e dall’internamento (o dall’abbandono alle famiglie) e arriva ad affrontare la malattia mentale in un contesto diverso, guardando la persona nella sua interezza.

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