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Cronaca
IL COLLOQUIO

«La Sla, l’ultima birra, il sorso di veleno. E mentre moriva diceva: “Ora sto bene”»

Un parente racconta l’ultimo viaggio di Andrea, 66 anni, torinese: «Si è liberato il 25 aprile»

Una casetta di lamiera azzurra nella zona industriale di Pfaffikon, 20 chilometri da Zurigo, 430 da Torino. Accanto c’è un laghetto artificiale, davanti un campo da calcio e uno di tiro a volo. Dentro, oltre la siepe, una grande stanza luminosa riscaldata da una stufa. Qui, il 27 febbraio del 2017, moriva Fabiano Antoniani, per tutti dj Fabo. Qui, quattro anni dopo, è morto Andrea, 66 anni, torinese. Marco, un suo parente, «ma soprattutto un suo grande amico che lo conosceva bene», sulle due auto che l’hanno accompagnato in Svizzera non c’era. Ma d’accordo con la moglie, che invece era presente, ora può raccontare l’ultimo viaggio di un uomo che ha potuto scegliere come e quando morire. «Quando si è accesa la luce verde – ricostruisce Marco – Andrea ha scelto un giorno di marzo, quello del compleanno della moglie. Perché voleva farle un regalo, liberarla da tutta quella sofferenza. Ma in quella data non era possibile, e allora l’ha fatto nel giorno della Liberazione». Il 24 aprile di quest’anno ha raggiunto un hotel di Pfaffikon. «Nel viaggio era euforico, da tempo non era più così felice». Da quando un giorno, giocando a bocce, si è accorto che non riusciva a governare i movimenti. Seguito da un altro. «Quando radendosi gli è caduto il rasoio». Come sarebbe successo altre decine di volte. «Andrea aveva i sintomi della Sla». Il declino è stato rapido. E inesorabile. «Se si sforzava, con una gamba riusciva un po’ a trascinarsi, ma cadeva continuamente. Ormai era condannato a vivere in sedia a rotelle, in un calvario, e uno come lui non lo poteva accettare». Andrea, nella vita era sempre stato un capo. Abituato a comandare. «E non avrebbe mai accettato di finire su un letto, ridotto a un vegetale». Così, «prima di perdere la capacità di decidere cosa fare di sè e la dignità», ha preso la sua decisione. «E senza l’aiuto di nessuno ha contattato l’associazione Svizzera, la Dignitas, ha mandato i documenti e ha atteso la luce verde». Il giorno prima della Liberazione, a cena nel bistrot dell’albergo, ha chiesto una birra. «Una bionda media di cui non ricordava neanche più il gusto. Ma il boccale era troppo pesante, la moglie ha chiesto un bicchiere di plastica al cameriere». Nell’ultimo brindisi qualcuno si è commosso. Ma non lui. «Felice, sereno». Come il giorno dopo, quando ha varcato la soglia della casa di lamiera blu nella zona industriale. «Un medico, che è tenuto a farlo, ha provato a convincerlo a desistere». Ma Andrea non ha cambiato idea. Si è accomodato e ha chiesto che gli venisse servito il primo di due bicchieri che vengono consegnati da un dottore. Nel primo c’è un liquido antivomito, nel secondo il barbiturico e il cloruro di potassio, che in due minuti porta all’arresto cardiaco. Tra il primo e il secondo passano quindici minuti. «Tempo che Andrea, sua moglie e gli amici hanno dedicato ai saluti. Anche lui ha pianto, si sono ringraziati per quello che hanno fatto nella loro vita, gli hanno detto che se voleva poteva ancora tornare a casa. Ma era esasperato dalla sofferenza, non vedeva l’ora di morire». E ha svuotato il secondo bicchiere «con avidità». «Andrea ha cercato addirittura di descrivere quello che lui sentiva man mano che la medicina faceva effetto. Ha detto che sentiva un cerchio alla testa. Poi: “Mi sento debole, mi sento debole. Come sto bene, come sto bene”. Poi ha cominciato a dormire. E la moglie ha chiamato il medico». Per Marco, quella del parente, «è stata una lezione di vita. Una dimostrazione di coraggio. E non dimenticherà mai quel che ha detto il medico a chi c’era: “Qui – ha sussurrato – non si avverte il rumore della morte”.

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