Meccanico
Il Borghese

La ricetta di Piero

Piero ha passato i settanta ma ha le mani forti e callose di un giovanotto. E lavora ancora, con figli e nipoti nell’officina che ha costruito su un prato di periferia, pezzo a pezzo. «Qui, dice guardandosi intorno, c’erano sì e no una decina di casette con l’orto e gli animali. Torino sembrava persino lontana. Oggi invece quei palazzoni ci tolgono anche il sole».

La sua è la storia di un ragazzo che ha cominciato facendo il garzone in un distributore di benzina, lavava le macchine, serviva i clienti, puliva i vetri e rabboccava i radiatori. «Guai a toccare l’astina dell’olio o il liquido dei freni. Il padrone urlava “non è roba per te, va a spazzare il cortile,” ma io rubavo il lavoro con gli occhi e ho imparato così, perché sognavo di fare il meccanico».

Un sogno che si è avverato quando uno che sapeva dare del tu ai motori ha notato quel ragazzino curioso e se lo è portato in officina. «Con lui, dice sorridendo al ricordo, ho lavorato dieci anni e poi con qualche risparmio mi sono messo in proprio. Oggi mi chiedo perché non ci sono più dei ragazzi sui piazzali o degli apprendisti in officina. Possibile che tutti vogliano fare gli avvocati?».

In due parole il saggio Piero snocciola la sua ricetta contro la disoccupazione giovanile. «Non c’è voglia di imparare e le famiglie si vergognano se i loro figli hanno le mani sporche di grasso o di vernice». Ma lei, chiedo, con i suoi ragazzi cos’ha fatto? «Li ho mandati a scuola ma il pomeriggio e le vacanze erano in officina a ruscare». Nipoti compresi? «Cribbio sì, noi siamo una famiglia all’antica…». Michiedo, con un velo di tristezza, quante ne rimangano di famiglie così.

fossati@cronacaqui.it

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