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LA RECENSIONE – Death Stranding

Il 3 settembre 1998 usciva in Giappone un gioco destinato a cambiare il mondo dei videogames: Metal Gear Solid. Ventuno anno dopo, il creatore di quel gioco, Hideo Kojima, presenta per la prima volta un’opera non collegata alla sua creazione più famosa. Da qualche giorno è infatti disponibile Death Stranding, uno dei giochi più attesi di tutti i tempi, preceduto da anni di annunci, video, anticipazioni, indiscrezioni che non hanno fatto altro che far salire ancora di più un hype che già era alle stelle. Dopo quel 1998 infatti Kojima, ormai diventato LA superstar del mondo videoludico, icona di una generazione, osannato nelle kermesse di mezzo mondo come una stella del cinema, si era dedicato solo ed esclusivamente alla saga di Snake, portando nei negozi vari seguiti di quel Metal Gear Solid che in realtà aveva anche avuto due predecessori che però non avevano riscosso lo stesso successo di quello che a torto molti ritengono il vero capostipite della serie. Poi è arrivata la lite con Konami e la separazione non indolore dalla “casa madre” che si è tenuta i diritti su Metal Gear. E così Kojima si è lanciato anima e corpo nella sua nuova avventura, sfociata come si poteva facilmente prevedere conoscendo il suo lavoro, in un gioco innovativo, non scontato, destinato a dividere il pubblico in due fazioni: da un lato chi lo adorerà, dall’altro chi lo odierà.

LA TRAMA

Kojima ha sempre amato gli intrecci complicati e lo stile hollywoodiano e anche in questo Death Stranding mantiene fede alle proprie caratteristiche. Anzi, questa volta fa un ulteriore passo in avanti, affidandosi a una vera star che presta il proprio volto a Sam, il protagonista: Norman Reedus, ben noto al grande pubblico per il proprio ruolo in The Walking Dead. Insieme a lui, ci sono tanti altri attori in carne e ossa che recitano nei panni degli altri personaggi, in un gioco che – in puro stile Kojima – è contraddistinto dai numerosissimi e lunghissimi intermezzi filmati. E qui come al solito ci si dividerà tra chi apprezzerà l’uso dei video per creare una trama curata e dettagliata e chi invece lamenterà il fatto che finiscano inevitabilmente con l’abbassare il ritmo del gioco, obbligando a stare per molti minuti con il joypad abbandonato in grembo.

In un gioco del genere ovviamente dobbiamo fare molta attenzione a non raccontare troppo della trama, pena dolorosi spoiler. Possiamo però dare qualche informazione di base, già nota a chi in questi anni ha seguito lo sviluppo del gioco. Siamo in ciò che resta degli Stati Uniti, in un futuro non troppo lontano, in cui una misteriosa apocalisse ha messo in ginocchio l’umanità mettendo in collegamento il mondo dei vivi con quello dei morti. Un mondo abitato da misteriose creature invisibili, che possono essere percepite solo tramite un inquietante strumento che racchiude al suo interno un bebè, dove la pioggia ha il potere di far avanzare rapidamente il tempo, invecchiando tutto ciò che bagna. In questo mondo, i superstiti si sono raggruppati in città non più collegate tra loro e quindi assumono importanza fondamentale i corrieri, pochi coraggiosi che sfidano gli spazi aperti per trasportare medicine, cibo e tanto altro ancora. Voi siete proprio uno di loro, Sam, un solitario che ama vivere e lavorare da solo e che invece si troverà a essere, suo malgrado, l’uomo incaricato di riconnettere gli uni alti altri gli avamposti umani, ultima speranza per restituire un futuro agli Stati Uniti.

Insomma, il messaggio che Kojima vuole veicolare è chiaro: solo se è unita, l’umanità ha la speranza di sopravvivere. Un messaggio assolutamente attuale, in un mondo in cui ogni giorno scoppiano nuove guerre, in Paesi che alzano muri burocratici e reali e in società dove la paura del diverso sfocia in una recrudescenza di politiche razziste.

IL GAMEPLAY

Quando uscì Metal Gear Solid il genere stealth non esisteva. Fu Kojima a inventarlo e solo qualche tempo dopo ci si rese conto che era nato sotto i nostri occhi un nuovo genere. E adesso, a vent’anni di distanza, potremmo essere di fronte a un bis. Death Stranding non è al momento classificabile: non è uno stealth, non è uno sparatutto (anche se di nemici da affrontare non ne mancheranno) e di certo neanche un gioco di ruolo. Non è neanche un open world nel senso classico del termine. E quindi cosa è? Si potrebbe forse dire che Death Stranding è un simulatore.

Il gioco in pratica simula la vita e il lavoro di un corriere, con le sue lunghe camminate attraverso ciò che resta degli Stati Uniti, carico dei materiali da portare a destinazione, quasi sempre con la sola compagnia di una delle bellissime canzoni che compongono la colonna sonora. Raccolti gli ordini, dovrete distribuire il carico sulle vostre spalle e su appositi scomparti nel resto del corpo, facendo attenzione di bilanciare il tutto al meglio per garantire un equilibrio il meno precario possibile. Vi basterà infatti inciampare su una roccia o scivolare nell’acqua per rischiare di cadere rovinosamente al suolo, danneggiando il vostro prezioso carico e perdendo degli altrettanto preziosi Like. Una volta arrivati a destinazione infatti riceverete una valutazione per il vostro lavoro, che farà salire o scendere la vostra reputazione. E quindi per evitare di cadere dovrete regolare l’equilibrio con due tasti del joypad, uno strumento che tra l’altro Kojima valorizza più di quanto sia stato fatto negli ultimi tempi, “riscoprendo” l’utilizzo dei sensori di movimento, delle vibrazioni e dell’altoparlante incorporato, colpevolmente trascurati dagli sviluppatori negli ultimi anni. E del resto chi ricorda la leggendaria battaglia con Psycho Mantis nel primo Metal Gear Solid non se ne stupirà di certo…

Ad aiutarvi ci saranno vari strumenti, a cominciare dal bebè che vi avviserà della presenza di qualche creatura (e che quando si agiterà dovrete calmare cullandolo, sfruttando appunto i sensori di movimento del joypad), allo scanner del terreno che vi indicherà gli ostacoli sul terreno e i carichi perduti da raccogliere alla mappa sulla quale selezionare la destinazione per poter vedere la strada più breve da seguire (attenzione, non è detto che sia la migliore).

Ma a contraddistinguere Death Stranding è lo Strand System, il multiplayer cooperativo asincrono ideato per il gioco. Di cosa si tratta? In sostanza, nel gioco avrete a disposizione una serie di strumenti (scale, corde, box postali, cartelli) che potrete installare per facilitare il cammino. Ad esempio, una scala per arrampicarvi su delle rocce o per superare un baratro o una corda per calarvi lungo un dirupo. Potrete quindi lasciare questi aiuti per gli altri giocatori e viceversa, trovare e utilizzare gli strumenti lasciati da altri. Potrete anche completare una consegna di un altro corriere o lasciare parte del vostro carico per un altro giocatore. Anche in questo caso, potrete lasciare e ricevere dei Like, sempre utili per far salire la reputazione e i punteggi. Il gioco quindi incita alla collaborazione indiretta, a collegarsi con altri giocatori che non potete vedere ma di cui avvertite e vedete la presenza, in pratica collegandovi a loro esattamente come dovete cercare di collegare e connettere i vari luoghi degli Stati Uniti.

Naturalmente non mancano i combattimenti. Lo scanner sulla vostra spalla ha la capacità di rendere visibili per qualche secondo le Creature Arenate e tenendo premuto un tasto potrete trattenere il fiato, rendendovi a vostra volta invisibile a loro. Trattenere il fiato in eterno però è impossibile e pertanto vi toccherà anche combattere. Potrete adottare un approccio più stealth, tranciando una sorta di cordone ombelicale delle Creature, o più aggressivo, con le armi a vostra disposizione che sono caricate da munizioni piuttosto particolari. Se le cose si metteranno male, vi troverete coinvolti in una boss fight che, se andasse male, genererebbe conseguenze… esplosive.

Concludiamo anticipandovi che Sam è un Riemerso, cioè un individuo dotato di una caratteristica molto particolare: non può morire. O per meglio dire, può ritornare dall’aldilà. Quando Sam muore infatti la sua anima finisce in un luogo di passaggio, rappresentato come se si fosse sott’acqua. Basterà quindi riemergere per ricollegare la propria anima al proprio corpo però attenzione: tutto quello che è successo fino al momento della vostra morte, non cambierà.

IL COMPARTO TECNICO

Death Stranding utilizza il Decime Ungine di Guerriglia Games e lo fa in maniera magistrale. Dal punto di vista della grafica siamo infatti di fronte a uno dei migliori giochi di sempre, ormai ai limiti del fotorealismo. E non solo per i personaggi, per i quali era immaginabile visto che si sono scelti veri attori dai volti molto noti e non ricrearli pari al vero avrebbe voluto dire non sfruttarli al meglio. Lo stesso livello però lo si è raggiunto anche nella realizzazione degli ambienti di gioco, vicini alla perfezione sia da vicino che quando lo sguardo si perde all’orizzonte. Su Ps4 Pro non si registrano mai rallentamenti e anche la fisica dei movimenti è riprodotta alla grande.

Per quanto riguarda l’audio, siamo di fronte a uno dei migliori doppiaggi in italiano di sempre e a una colonna sonora, scelta personalmente da Kojima, ricca di brani che accompagnano alla perfezione ogni momento del gioco.

Death Stranding è un gioco pubblicato da Sony per Playstation 4 e Pc. La versione Pc uscirà nel 2020. La versione utilizzata per la recensione è quella per Ps4.

I VOTI

Gameplay 9,5

Longevità 9

Grafica 9,5

Audio 9,5

TOTALE 9,5

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