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Economia
IL REPORTAGE Le nuove regole preoccupano le attività

La rabbia dei ristoratori: «I due metri di distanza schiaffo al commercio»

Anche Confesercenti e Ascom in rivolta: «Una restrizione impossibile per decine di migliaia di ristoranti della città»
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Le ipotesi di ripartenza in sicurezza preoccupano non poco baristi e ristoratori sempre più in ginocchio per la chiusura imposta dalla zona rossa e l’assenza di sostegni. La proposta di distanziare i tavoli di ben due metri emersa dopo l’incontro tra le Regioni appare un problema soprattutto per le attività più piccole e per quelle che hanno uno spazio esterno ridotto o del tutto assente. «Le nuove regole sono strette inapplicabili» sbottano le associazioni di categoria Confesercenti e Ascom Confcommercio. «La distanza obbligatoria tra i tavoli – aggiungono – sarebbe una restrizione impossibile per decine di migliaia di ristoranti, circa il 60% non ha uno spazio esterno e praticamente per tutti i bar».

Ma anche chi un dehor ce l’ha, magari in pieno centro città e affacciato su una delle più suggestive vie e piazze di Torino, non se la passa per nulla bene. Il ristorante Ballatoio, in via Principe Amedeo 22, come suggerisce il nome, è un locale molto piccolo. «La superficie è di appena 35 metri quadrati, se dobbiamo distanziare i tavolini di due metri ce ne stanno a malapena quattro» spiegano Federico Sandano e Marco Peroglio che ieri stavano prendendo le misure per studiare una nuova disposizione. «Ripartire a metà e sempre meglio di tenere chiuso – sottolinea Sandano -, anche perché l’asporto per i nostri prodotti non funziona, la cosa peggiore però è essere stati inspiegabilmente esclusi dal decreto sostegni».

«Nel 2019 abbiamo aperto un secondo ristorante di pesce “Baleno idea di mare” poco più avanti, al civico 18, utilizzando la stessa partita iva del Ballatoio – spiega Peroglio – ma così ci è stata calcolata una perdita media del 25% tra i due locali, peccato che ora dobbiamo far fronte al doppio delle spese e le perdite reali si aggirano sul 50%». Anche chi punta sul delivery non ha di che gioire. «Le società di consegna come Glovo e Just Eat ci chiedono oltre il 25% del guadagno. È una tariffa da strozzini ma è l’unico modo per lavorare» spiegano dai localini di via Maria Vittoria.

In piazza Vittorio lo spazio all’aperto non manca. «In compenso mancano i clienti – sottolinea Rita Sirgiovanni, titolare dello storico Caffè Vittorio Veneto all’angolo con via Po – , e continuiamo a perdere il 95% degli incassi rispetto al periodo precedente alla pandemia». Nonostante l’entusiasmo, la signora Sirgiovanni non è soddisfatta delle proposte per ripartire in sicurezza. «Senza gli aperitivi a buffet continueremo a perdere tanto, il servizio al tavolo significa pagare almeno tre camerieri e rischiamo di non starci dentro con i costi». La titolare del bar ricorda con nostalgia i tavolini affollati da famiglie di turisti stranieri. «Per una colazione spendevano anche 50 euro – sottolinea -, i torinesi invece spendono poco, si lamentano perfino del caffè a 1.10 euro anziché a un euro. Ma dico io, come facciamo a sopravvivere se non alziamo un po’ i prezzi?»

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