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Il Borghese

La quinta mafia

Ora evidentemente non hanno più bisogno di «tenere segreti i segreti», come recitava quella sorta di statuto sequestrato in una delle prime operazioni contro le mafie africane, qui a Torino, ormai diversi anni fa. I clan adesso possono ammettere la natura associativa dei loro “cult”, le diverse gang che operano nel “nido” torinese.

La mafia nigeriana è uscita da una sorta di cono d’ombra e sta insidiando il dominio di Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, Sacra corona unita, confermandosi in tutta la sua pericolosità soprattutto per la capacità non tanto di mimetizzarsi, quanto di integrarsi in un territorio. Che per le bande criminali significa semplicemente assoggettare e dominare. Al Moi ha trovato terreno fertile, probabilmente. E non stupisce che ci fossero bande di affiliati anche nel Cara, il centro di accoglienza di Mineo. Dove c’è manodopera da utilizzare a poco prezzo, la malavita arriva e prospera. E la mafia nigeriana non fa eccezione, nonostante la sua allure di setta universitaria (i boss infatti sono una élite, i piccoli pusher, gli schiavi vengono chiamati «ignorants»). E come ogni mafia tratta con le altre, stipula accordi commerciali e tregue, minaccia e nel caso combatte. A Palermo, nel rione Ballarò, i capi clan arrivati da Benin City sono stati condannati per gli affari legati al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione, tutti settori dove per operare occorre la “licenza” del potente clan locale. E la debolezza o l’assenza dello Stato.

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