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La prova del fuco

Negli anni ‘70, in piena liberazione sessuale, c’era tra i corteggiatori delle donne la figura del “fuco”. Il fuco è il maschio dell’ape. Non lavora, non produce miele, non lotta (non ha neanche il pungiglione) e si fa nutrire dalle api operaie. La sua unica funzione è quella di fecondare l’ape regina. Se ne sta quindi in disparte coi colleghi, in attesa che lei passi. Davanti a lei si mette a danzare nell’aria, sperando di essere scelto, ma anche se lo è viene comunque cacciato o ucciso al momento della sciamatura. Capite ora perché chiamavamo fuchi quegli sfigati che pur di esibire una fanciulla al loro fianco accettavano di farsene schiavi?

Autisti, psicologi, cavalier serventi, succubi al punto da sostenere con calore tutti gli argomenti antimaschili del femminismo. Tradivano il loro sesso nella speranza (quasi sempre vana) di rimediare un bacino. Le donne, invece, fanno come a San Damiano: tirano il sesso e nascondono la mano. Ci tentavano, fingevano di offendersi alle nostre avances audaci, ma sotto sotto le gradivano, tanto che il miele lo riservavano a noi, lasciando i fuchi alle loro danze. Perché ne parlo? Perché ho letto un pezzo in cui Luca Telese attacca Giorgio Carbone per aver scritto su Libero: «Nilde Iotti era facile amarla perché era una bella emiliana simpatica e prosperosa, grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna». Sono solo complimenti, ma la sinistra politicamente corretta è insorta: orrore! Sessismo becero! Misoginia inaccettabile! Era prevedibile. Non capisco però perché sia insorto anche Telese, che si definisce «un comunista che scrive su giornali di destra». È solo banderuola o anche fuco?

collino@cronacaqui.it

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