mottarone
Cronaca
GLI ATTI. Nel decreto parole durissime dei magistrati

La procura pretende pene e sanzioni elevatissime: «Devono marcire in cella»

«Sul Mottarone compiuti atti di straordinaria gravità». Il gestore Nerini ora vuole risarcire: «Sono affranto»

Luigi Nerini, Enrico Perocchio e Gabriele Tadini erano al corrente di quello che stava accadendo alla funivia del Mottarone e «del fatto che il sistema frenante fosse stato manomesso». Sono fatti questi che la procuratrice capo di Verbania Olimpia Bossi definisce, nel decreto di fermo dei tre indagati, «di straordinaria gravità, tali da comportare, in caso di condanna, elevatissime sanzioni detentive». E al di là del linguaggio tecnico utilizzato dai magistrati, la volontà della procura sembra molto chiara: i responsabili della strage «devono marcire in galera», come del resto sottolineato, nel dolore e nello sconforto, da alcuni dei parenti delle vittime che hanno già negato ogni possibilità di perdono. La procura di Verbania è decisa a perseguire colpe e responsabilità e nel decreto si spinge, fatto inconsueto, ad auspicare, nel caso di condanna in giudizio, pene esemplari. I «tre della funivia» rischiano, sempre che le imputazioni restino quelle di «disastro colposo e omicidio plurimo», di trascorrere 10 anni nelle patrie galere, pur con inevitabili distinguo, nel caso si affievolisse la gravità penale degli uni rispetto agli altri. Ad ogni buon conto, la pena minima prevista dal codice, è di tre anni di carcerazione. Gabriele Tadini, il tecnico, il caposervizio che gestiva il lavoro dei dipendenti ha ammesso «di aver deliberatamente e ripetutamente inserito i dispositivi blocca freni, i forchettoni, durante il normale servizio di trasporto dei passeggeri, disattivando in questo modo il sistema frenante destinato a entrare in funzione in caso di pericolo». Enrico Perocchio, direttore d’esercizio, l’ingegnere a cui spettava il compito di vigilare sulla funivia, e Luigi Nerini, il gestore dell’impianto e titolare della società Ferrovie del Mottarone, «erano stati ripetutamente informati e tanto Perocchio, quanto Nerini avallavano questa scelta». Una manutenzione più impegnativa dell’impianto avrebbe risolto l’anomalia ai freni che li faceva scattare all’improvviso, ma Nerini e Perocchio «non si sono attivati per consentire i necessari interventi di manutenzione che avrebbero richiesto il temporaneo fermo dell’impianto, con conseguenti ripercussioni di carattere economico». Fermare la funivia che porta circa 900 persone al giorno, «avrebbe fatto perdere l’incasso alla società». Infine dal carcere attraverso il suo legale, l’avvocato Pasquale Pantano, Luigi Nerini manifesta il suo stato d’angoscia: «Sono affranto – dice -. Il mio primo pensiero ora è quello di risarcire le vittime».

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