sci neve via lattea
Il Borghese

La paura sulla neve

E alla fine ci si deve fermare, perché è giusto, dannatamente giusto. Crediamo pure che si possa sciare anche senza neve, ché tanto basta l’innevamento artificiale; crediamo che scendere dalle montagne a cinquanta o sessanta chilometri all’ora sia una cosa facile e che, in ogni caso, se succede un incidente, è perché qualcuno se l’è cercata: per imprudenza, imperizia, leggerezza, avventatezza, e via dicendo.

Per l’ingegnere morto l’anno scorso sulle piste, in fondo, si era detto così. C’era – no delle cose da fare, in concreto, lì sulla montagna che non sono state fatte (a dispetto di una indagine in corso) perché tanto si parlava di statistiche, di un morto ogni cento o duecentomila persone passate nello stesso punto, e poi «lui non era neanche tanto bravo», e «i suoi amici magari erano incoscienti», eccetera eccetera. Ne ho sentite tante di frasi così e, lo confesso, ne ho dette anch’io, in quarant’anni di sci praticato sempre con passione e anche troppa incoscienza. Il casco in pista, per me, è una abitudine da molti anni e a scuola di sci ci sono andato da bambino ma anche da adulto, per imparare a usare i nuovi materiali. Nonostante questo non sono una persona prudente, anzi credo di essere un pessimo esempio in pista.

Se sono solo… Quando scio con mio nipote adolescente, o altre persone, invece, è un’altra cosa e mi sento responsabile. Per questo capisco che persino i maestri abbiano il cuore in gola quando si deve sciare in condizioni non ottimali, con poca neve e troppa gente. Io ammetto che, prima ancora che al pericolo, penso che in quello stato non mi diverto. Dunque, ben venga la chiusura (ci sono oltre trecento chilometri di piste, il comprensorio potrà ben sopportare per qualche giorno) se servirà a far chiarezza. Perché non è normale morire a nove anni, in vacanza. Questo sono certo che lo capiamo tutti.

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