La partita delle Azzurre

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Lindsey Vonn, l’ex regina dello sci, qualche anno fa diceva che avrebbe voluto gareggiare contro gli uomini, mettersi alla prova in una gara che, sosteneva, «deve essere un divertimento», non una sfida dei sessi. Nel 1992 la tennista Martina Navratilova affrontò, perdendo, Jimmy Connors. E fuor di show e iniziative estemporanee, pare che la campionessa Steffi Graff le suonasse al marito Andre Agassi nei match “in famiglia”. Tutto molto folkloristico, utile a sponsor e organizzatori e magari a chi scomoda la scienza per le differenze tra i sessi che vanificherebbero il confronto. Confronto che andrebbe fatto su ben altri terreni, come chiedono le donne del calcio per esempio. Sara Gama, la capitana azzurra, dice che in una sfida ai palleggi vincerebbero contro i colleghi maschi (lei contro il pari ruolo Chiellini quasi certamente). Ma la vera sfida, più ancora che al superamento, punta alla parità, decisamente più complicata da raggiungere. Perché significherebbe essere considerate calciatrici professioniste, status che al momento non viene loro riconosciuto. E a differenza che in altri sport, come ha denunciato Hope Solo, ex portiere e icona Usa, persino i premi che guadagnano sono inferiori. Qui in Italia ci sono voluti i progetti di importanti club di serie A perché il calcio femminile trovasse una degna vetrina e passasse oltre la mera curiosità. Ora, complice la rassegna mondiale, cresce l’entusiasmo attorno alle azzurre, ma non si tratta che del primo passo lungo una strada tortuosa. Quella che porta all’abbattimento dei pregiudizi. Qui, in Italia. Di fronte a questo, cosa volete che sia battere eventualmente la nazionale maschile?

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