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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La parola fine in una lettera

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La malefica vicenda dell’Embraco e dei suoi 406 dipendenti trattati come vecchi oggetti da rottamare ha una data di scadenza, il 23 luglio. Il grande passo lo ha fatto il curatore fallimentare scrivendo le lettere di licenziamento. L’ultimo passo, sembrerebbe, di una storia industriale a cui almeno tre governi non hanno saputo trovare una soluzione, o almeno indicare una strada che non fosse quella delle promesse, della cassa integrazione e, in ultimo, di un intervento dello Stato attraverso ItalComp, mai nato polo della componentistica nazionale nel campo degli elettrodomestici. In un clima che, oltre alla disperazione degli operai di questa struttura una volta produttiva e fiorente sotto il marchio Whirpool a Riva di Chieri, mette in luce un nuovo malanno che tormenta la manifattura di casa nostra: l’incapacità di fare sistema, valorizzando tradizioni e capacità produttive. Così l’Embraco è da tempo simbolo non solo di sconfitta, ma pure di un fatalismo che, se volessimo allargare lo sguardo, tocca un po’ tutti i settori, in particolare quello dell’automotive e del suo indotto. Complice l’abulia della politica che sembra incurante rispetto al futuro industriale, anche ora che si aspetta la pioggia dei soldi dell’Europa. A cominciare (andiamo indietro di oltre un decennio) dal silenzio che ha accompagnato le delocalizzazioni industriali (Whirpool è un esempio), per arrivare al vergognoso accordo con Ventures che a Riva di Chieri avrebbe dovuto costruire biciclette e invece ha succhiato le poche risorse disponibili, prima di finire in gloria con ipotetiche ricerche di industriali locali e – infine – della ItalComp affogata nella contrapposizione tra Lega e M5S, agevolata dall’inspiegabile silenzio del Pd. Un quadro devastante che, come spesso accade, si gioca sulla pelle dei più deboli.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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