HIROSHIMA

La “nuova” Sinead O’Connor tra l’Islam e la voce di sempre

La cantante che oggi si fa chiamare Shuhada' Davitt, domani dal vivo

Quando si parla di Sinead O’Connor viene in mente, a tutti coloro abbastanza grandi per ricordarlo, l’immagine di una ragazza rasata a zero che strappa in diretta tv una foto del Papa (era Giovanni Paolo II, l’anno il 1992), denunciando pubblicamente i casi di pedofilia all’interno della Chiesa. La dipinsero come una pazza, una squilibrata: disturbi mentali purtroppo ne aveva davvero (soffre di un disturbo bipolare ed è stata curata con psicofarmaci) ma era solo in anticipo sui tempi, purtroppo. Lei quei fatti li aveva vissuti in prima persona, durante un devastante soggiorno di alcuni mesi in un collegio religioso, che la segnarono indelebilmente quando era ancora un’adolescente.

La musica per Sinead è sempre stata l’unica via d’uscita possibile dal suo passato: appena ventenne, nel primo brano del suo primo album urlava al mondo di essere stata “morta per 20 anni” e di essere ora pronta ad “asciugare le sue lacrime spettrali”. Quella canzone, “Jackie”, con cui si apriva nel 1987 il disco “The Lion and the Cobra”, salvo sorprese non sarà in scaletta nel concerto che la cantante irlandese terrà domenica sul palco dell’Hiroshima Mon Amour.

Ora di anni ne ha più di 50, in pubblico si presenta indossando un hijab (nel 2018 si è convertita all’Islam e ha cambiato il suo nome in Shuhada’ Davitt) ma ha ancora una voce unica, potente e tormentata: all’Hiroshima potremo ascoltare il suo brano più noto, la struggente versione di un brano minore di Prince (“Nothing compares 2 U”), ma anche classici come “Jealous” e “Black Boys On Mopeds”. Non mancheranno anche brani inediti, come la misteriosa “Milestones” che da qualche tempo propone durante i bis e che presto, pare, finirà in un disco.

Senza Sinead O’Connor la musica non sarebbe stata la stessa, la forza dei suoi primi album ha aperto la strada a band come i Cranberries e i Nirvana degli esordi. Quella che arriva a Torino è ancora una cantante senza paura, una donna forse troppo sensibile, scampata per miracolo a vicissitudini tremende ma ancora desiderosa di comunicare con il mondo attraverso le sue canzoni e la sua voce.

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