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La nonna di Beethoven

Mio nonno, che guadagnava bene, aveva una bella villa a Laigueglia, ma sua moglie era rimasta in fondo la figlia del pianista povero e la nipote di contadini. Così dietro la villa teneva le galline, i conigli, due caprette per il latte fresco e un bell’orto. Però in casa aveva il pianoforte (che suonava benissimo) e la cantina piena di vini pregiati comprati dal marito. Dopo l’8 settembre gli ufficiali tedeschi occupanti amavano andare nelle case ricche a mangiare e bere a sbafo. Fra quelli che frequentavano la villa dei nonni c’era un colonnello molto colto, che suonava il piano anche lui. Nacque una bella amicizia fra lui e la nonna, basata sull’amore per la musica. Nel frattempo però nonna Nora, da matta che era, teneva le armi dei partigiani nascoste nelle gabbie dei conigli. Qualcuno fece la spia, la villa fu perquisita, le armi trovate. Era il 1944. Per una roba simile c’era la fucilazione. Ma i plüffer, non pensando che fosse stata lei, torchiarono suo figlio Gualtiero, capitano degli alpini reduce dalla Russia. Lui non ne sapeva niente, ma si addossò la colpa per salvare la mamma. Lei fece lo stesso: “mio figlio non sapeva niente. Fucilate me”. Per fortuna il capo della guarnigione tedesca era proprio il colonnello che suonava Beethoven con lei. Sapeva che la guerra era ormai persa per il reich, e un fucilato in più non avrebbe cambiato le cose. Capì anche che la nonna era solo una sempliciotta incosciente, ma non una partigiana. La cazziò ben bene e lasciò perdere. Pochi mesi dopo la guerra finì, ma finché visse Nora non scese mai in piazza a celebrare il 25 aprile, pur avendo sfiorato la morte per i partigiani. Né alcuno di loro la invitò mai. Brava, nonnina.

collino@cronacaqui.it

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