Ariston
Buonanotte

La minestrina dell’Ariston

Vorrei spalancare di fronte a voi l’immensità del Sahara visto dalla cima del monte Emi Koussi (3.415 metri) o dell’oceano Pacifico visto dall’oblò di un jet in volo a 10mila metri, per farvi capire la vastità del cacchio che me ne frega della presenza o meno di Rula Jebreal a Sanremo. Vastità seconda solo a quella del cacchio che me ne frega del festival stesso.

Affidino pure per 25mila euro alla petulante giornalista palestinese il monologo contro la violenza alle donne. Ci salga pure chiunque, su quel palco. Tanto sarà di sinistra, più o meno apertamente, nelle bollite varietà in cui essa si esprime, dal mantra del riscaldamento antropogenico all’obbligo di accoglienza indiscriminata dei migranti, dall’odio per il sovranismo alle sublimi cretinate del politicamente corretto.

Ci siamo abituati. Su quel palco sono passati ufficiali e truppe dell’armata radical. Dal guitto miliardario Benigni al guru dell’ovvio Celentano passando attraverso le faziosità di Fazio e gli abbagli di Baglioni. È inutile che presentino il festival come evento di successo, citandone i record di audience e il giro d’affari milionario. Qualsiasi evento musicale, prima pompato per mesi su tutte le radio e Tv, e durante il suo svolgimento infilato in tutti i Tg e talk show per una settimana avrebbe lo stesso successo.

O meglio, la stessa audience. Il successo è altra cosa. Il festival ce lo dobbiamo trangugiare, come la minestrina all’ospizio, come d’estate i vecchi film e le vecchie serie riciclate. Siamo un pubblico di anziani. Di sera stiamo a casa e guardiamo quel che c’è. Le altre reti si guardano bene dal mettere contro il festival trasmissioni decenti. E lo chiamano successo?

collino@cronacaqui.it

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