Marco Pantani ed uno dei certificati delle analisi che lo scagiona
completamente
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I 50 ANNI DEL PIRATA

La memoria di Pantani ora è finalmente salva: «E’ stato un complotto»

Di Marco Pantani ce ne sono due, entrambi nati lo stesso giorno, il 13 gennaio di cinquant’anni fa. Per quanto la cronaca possa essere invadente, c’è da credere che alla fine prevarrà la storia: in fondo, dei due Pantani interessa quasi esclusivamente l’atleta. E le provette che sono state analizzate di recente chiariscono definitivamente che il Pirata è stato vittima di un complotto e che lui, per vincere, non si è mai drogato. La sua vita, la sua carriera e la sua memoria sono salve.

Il Pantani fuoriclasse della bicicletta, che ha fatto innamorare un Paese intero con le sue imprese, staccando gli avversari in salita, sintesi perfetta di grinta e coraggio: l’emblema di chi non si ferma davanti alle montagne, e nel suo caso non era soltanto un modo di dire. E c’è il Pantani diventato campione della cronaca, prima con la sua tragica vicenda umana, poi con quel che ne è seguito nelle aule giudiziarie, dove ipotesi di ogni tipo, compresa quella di una morte provocata da altri e non dall’esser schiavo della cocaina, non hanno trovato conferma o semplicemente non sono state dimostrate. Non è certo una ricorrenza a tener desta l’attenzione sul ciclista più amato e al tempo stesso più controverso dell’ultimo trentennio: il compleanno, il cinquantesimo, così come l’anniversario della scomparsa, il 14 febbraio, per chi ha voluto bene al Pirata altro non sono che semplici tappe della memoria, nemmeno le più importanti. A farlo vivere nel cuore di un popolo che ancora lo celebra sulle strade del Giro, che lo celebra nei racconti come un moderno Coppi e non si stanca di andarlo a cercare nei filmati dell’epoca su internet, è ciò che di più bello può lasciare in eredità uno sportivo: l’emozione di un gesto vincente. Nella stagione 1999 Pantani, dopo il successo nella Vuelta a Murcia, puntò al Giro d’Italia. Dimostrò subito di essere in una buona condizione ottenendo la vittoria nella frazione sul Gran Sasso, primo arrivo in salita, e vestendo di rosa. Otto giorni dopo, sulla salita di Oropa, fu vittima di un salto di catena a pochi chilometri dal traguardo, ma reagì, riprese gli avversari, li superò e conquistò la tappa in solitaria.

Dopo le frazioni dell’Alpe di Pampeago e di Madonna di Campiglio, entrambe vinte, sembrava che nessuno ormai potesse togliergli la vittoria finale (era infatti primo in classifica con 5’38” sul secondo, Paolo Savoldelli), dato che anche la tappa successiva, la penultima, aveva caratteristiche altimetriche a lui favorevoli: partenza da Madonna di Campiglio e arrivo all’Aprica con scalata del Mortirolo e oltre 50 chilometri di salita. Ma le cose cambiarono per Pantani proprio il 5 giugno a Madonna di Campiglio quando, alle ore 10,10 vennero resi pubblici i risultati dei controlli svolti dai medici dell’Uci in quella stessa mattinata: in tali test era stata riscontrata, nel sangue di Pantani, una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato al cesenate fu infatti del 52%, oltre il margine di tolleranza dell’1% rispetto al limite massimo consentito dai regolamenti, 50%; il Pirata venne di conseguenza sospeso per 15 giorni, il che comportava l’esclusione immediata dalla “Corsa rosa”. Ora si scopre, invece, che quelle anlisi furono falsate e che Pantani sulle montagne del Giro prima e del Tour dopo, non ha mai rubato un solo metro, un solo secondo.

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