La melanconia di un alfista

Mio padre mi raccontava spesso una storia. Di una mattina che nella buca delle lettere trovò tre telegrammi: i mittenti erano Fiat, Lancia e Alfa Romeo che gli offrivano un colloquio di lavoro. Doverosa premessa: erano altri tempi. E lui alla fine scelse di andare a fare il pendolare a Milano sotto il segno del Biscione, complice anche la sua ideosincrasia per la “Feroce” e i suoi metodi. Ma forse si portò appresso per tutta la vita il rimpianto di non aver fatto parte di un pezzettino di quella storia di aristocrazia operaia e di eccellenza tecnica che era la Lancia.

Tanto che lui, alfista melanconico, si chiedeva come fosse possibile che il marchio forse più iconico dello stile italiano altro non fosse diventato una Fiat sotto altre spoglie. E anzi, rilanciava con un altro interrogativo: se la Lancia ce l’avessero avuta i tedeschi, i giapponesi, gli americani, cosa sarebbe diventata? La Bentley italiana? Domanda lecita, caro papà. Ancora più lecita oggi che la casa che hai visto trionfare in pista e nei rally negli anni belli è ridotta a un unico modello, eredità di una vettura che fu Autobianchi.

Il futuro è un buco nero: nessun altro modello, solo restyling quasi imposti da un mercato che pure continua a comprare Lancia. Ma a ben vedere la morale è sempre la stessa. Di questa città che, pezzo dopo pezzo, perde la propria identità. Anche quando si tratta di fare automobili, anche per un marchio che forse era il più torinese di tutti. Un marchio che oggi è da salvare, in nome di quello che ha rappresentato e nelle preghiere di milioni di appassionati sparsi per il mondo. Invocazioni alle quali, però, il padrone sembra sordo ormai da troppo tempo.

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