Il palazzo del Quirinale (foto depositphotos)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La liturgia della politica

Possiamo dire che, almeno, la politica ha ritrovato una delle proprie liturgie: la grande sfilata di schede bianche alla prima votazione dimostra che, in qualche modo, la politica riprende a fare sentire la propria voce, dopo la raucedine delle scorse settimane. Significa che c’è un accordo trasversale di prendere tempo, di non andare subito al votoscontro con una serie di nomi che, nella prima chiama, sarebbero di certo stati bruciati, come capita alle volte anche in conclave, quando un papabile viene buttato allo sbaraglio, sapendo che non supererebbe una certa soglia, per poi riprendere le trattative, gli accordi, anche le faide. La politica che si è affidata al supertecnico come capo del governo, e che nel timore di non riuscire a esprimerne un altro preferisce lasciarlo dove sta, senza elevarlo al Quirinale, almeno per ora. Nessuno dei nomi sussurrati nel “corridoio dei passi perduti” è stato bruciato sull’altare di una inutile passaggio elettorale che a nulla avrebbe portato, salvo creare confusioni o danni a personalità di spicco che potrebbero essere chiamati al soglio. Quindi né Casini né Amato, e neppure Mattarella, superano un numero fisiologico di un pugno di voti. A parte la scheda bianca, domina il giudice in pensione Paolo Maddalena per cui gli ortodossi ex grillini di Alternativa, che lo avevano indicato, hanno votato compatti, chiamandosi fuori dai giochi. Poi dopo si può leggere un po’ di tutto: da Alberto Angela al senatore Razzi, da Bruno Vespa a Bossi, a Mauro Corona, ad Amadeus. Insomma, il solito contorno di spiritosaggini, che fanno parte anche queste della liturgia quirinalizia non meno dei fiori come omaggio di compleanno a Maria Elena Boschi, allo show strapaesano della no vax convinta che minaccia di denunciare tutti perché non ha potuto votare neppure al drive in, all’applaudo a Umberto Bossi che a infilare la scheda nell’insalatiera ci va in sedia a rotelle. Insomma, se pensate che sia una boutade da Grande Fratello (voti anche per Alfonso Signorini) anziché un esercizio della democrazia, andate fuori strada: la politica sta facendo il suo solito, mentre di fuori vive e si agita il Paese reale, un’Italietta che non sta meglio rispetto al suo passato anche recente, che soffre di una crisi acuita da una pandemia tuttora in corso (e non bastano certo gli scongiuri sul plateau raggiunto a calmare le acque finanziarie), in balia dello spread, dei venti niente affatto di pace che tornano a soffiare tra le grandi superpotenze (una delle quali, peraltro, tiene “in ostaggio” il gas che alimenta l’Europa), delle tensioni sociali su cui si abbattono difficoltà lavorative, licenziamenti. In questo clima, la politica ha ricominciato a parlarsi. Anche fra leader che fino all’altro ieri se le mandavano a dire soltanto tramite social. Salvini con Letta, Salvini con Conte, Meloni con Fico, Tajani con tutti quanti. E insieme, o separatamente, pronti a suonare il campanello di Mario Draghi, in un clima riservato come è costume dell’ex presidente della Bce. Ormai è chiaro: è un derby tra tecnici e politici. E il riferimento è Pierferdinando Casini. Il nome silente, o quasi, che non ha nessuna voglia di farsi coinvolgere in una conta inutile ma che potrebbe rappresentare per la politica una opportunità per ritrovare un ruolo vero che vada oltre i tecnicismi. In questo scenario, oggi si ricomincia. Ma non sarà ancora la volta buona. Almeno ad ascoltare i saggi che delle battaglie per il Quirinale sono esperti.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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