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EDITORIALE DEL GIORNO

La lima ans la tapa

Pare che in Germania sia tornata di moda la cravatta fra i giovani, che però la indossano nella movida, ma non in ufficio. Io delle mode me ne frego, e lo prova il fatto che ho girato per tutti gli inverni della mia vita con sulle spalle un mantello preso dalla mia collezione (ne ho sei: due neri, uno blu, uno azzurro, uno granata e uno grigioverde da ufficiale) all’insegna del “la moda me la faccio io”. Mi piaceva così, e bon. Però ‘sta cosa della cravatta le merita, due parole. Le sue origini risalgono alla Guerra dei trent’anni (1618-1648), quando i mercenari croati in servizio in Francia, coi loro tradizionali piccoli foulard annodati, suscitarono l’interesse dei parigini. Prima di essa c’era solo lo jabot, di pizzo o di stoffa, che calava ampio dalla gola allo sterno. La cravatta a sua volta si divise in lavallière (fluente e annodata in modi bizzarri), papillon (annodata a farfalla) e classica, più o meno larga e lunga. Proprio a queste dimensioni si sono sempre aggrappati i produttori per venderne di più: “la cravatta larga (o stretta, o a fiori) non è più di moda” e noi come pecore a comprare quella in voga. Ma la morte della cravatta è stata annunciata troppe volte per crederci. In fondo la sua longevità nasce dalla sua inutilità: è l’unico accessorio d’abbigliamento che non ha una funzione pratica. E’ pura estetica. Pura frivolezza. E dunque è eterna. Una volta era obbligatoria negli uffici pubblici e privati, e in gergo si chiamava “lima”. Ora è un optional, ma sul vestito intero (la “tapa”) o sullo spezzato fa ancora la sua porca figura E poi, se no, cosa macchiare a tavola? Cosa regalare a Natale? Su cosa discutere con la moglie? Tranquilli: la lima vivrà.

collino@cronacaqui.it

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