La legge è lenta per tutti
Il Borghese

La legge è lenta per tutti

E pensare che non è neppure un record, quello di vent’anni per un processo senza arrivare alla sentenza definitiva. Già perché non troppo tempo fa avevamo parlato del caso di una rapina a Biandrate nel 1994, con tanto di bottino conteggiato ancora in lire. Dopo 22 anni, il caso è arrivato in Appello e lì si è potuto soltanto dichiarare l’avvenuta prescrizione. Come accaduto per questa bimba di 7 anni ora giovane donna, il cui dramma risale al 1997. O per quell’altra ragazzina, violentata nel 2008 e sentenza giunta quando ormai il primo avvocato era addirittura andato in pensione.

E accade con centinaia se non migliaia di casi ogni anno, perché gli arretrati da smaltire nelle Corti d’Appello sono una montagna difficile da scalare. Negli uffici giudiziari di Torino pare che siano stati il 42 per cento i vecchi casi andati in prescrizione, per rimanere ai dati del 2015-2016. Si tratta di 2.798 fascicoli, a fronte dei 1.697 dell’anno prima: numeri in costante aumento, proprio perché la prescrizione viene accertata solo nel momento in cui si arriva in aula, quando i giudici smaltiscono i vecchi casi arretrati. Sabato, in questo stesso spazio, si parlava dei dieci anni che ci sono voluti per arrivare in appello riguardo i furti conditi da raggiri della zingara che seduceva gli anziani.

E per quelle decine di anziani imbrogliati, così come per le bimbe divenute donne con il loro fardello del passato, solo il dolore non va in prescrizione. Una macchina della giustizia non può pensare che le persone siano solo numeri e nomi iscritti a ruolo. E, ribaltando il punto di vista, sono vittime anche quegli imputati che hanno diritto di conoscere la propria sorte, che sia innocenza o colpevolezza. Ma tra arretrati da smaltire, carenze di organico, nonché tutte quelle situazioni che ben conoscete, non ci sono soltanto i processi, ma anche le indagini. Come quella che raccontiamo sulla morte di Gianluca, dopo un trapianto che pareva essere un meraviglioso regalo di Natale e di speranza.

Dopo tredici mesi la sua famiglia non sa più nulla di questo caso. Il che non vuol dire che per forza si debba indicare un colpevole, puntare il dito, ipotizzare una responsabilità. Che si vada avanti o si archivi l’inchiesta, questi genitori hanno diritto di sapere, senza che la loro sofferenza venga trascinata dall’incertezza, dal non sapere. Nelle aule di giustizia c’è ancora scritto che la legge è uguale per tutti. Dimostrarlo, però, diventa sempre più complicato.

Twitter@AMonticone

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