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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La giustizia sacrificata

Le prime richieste di archiviazione per i malati e i morti nelle Rsa e negli ospedali torinesi sono state depositate. Presto, si dice nei corridoi della Procura, ne seguiranno altre. Dunque, almeno nel penale, a meno di sorprese, nessuno o quasi pagherà. Con buona pace di coloro che hanno perso un padre, una madre o un nonno senza neppure poterli salutare. Il colpo di spugna è arrivato all’inizio dell’estate, passato quasi sotto silenzio mentre l’Italia si strappava i capelli discutendo del ddl Zan. Con un articoletto (il 3-bis) aggiunto al maxi decreto sulle “misure urgenti per il contenimento della pandemia” che ha escluso la responsabilità dei sanitari a meno che non si possa ravvisare una “colpa grave”. Questa – si precisa con una chiarezza non comune per chi sia abituato a destreggiarsi tra leggi e commi – non sussiste se al momento del fatto la conoscenza del Covid era limitata, se le risorse umane e materiali erano scarse, se il personale impiegato non aveva conoscenze tecniche adeguate. Un salvacondotto amplissimo, che ha vanificato il lavoro delle Procure che per gestire questa materia hanno creato pool ad hoc e ordinato un mare di consulenze. «Possiamo buttare quasi tutto nel gabinetto», diceva sconsolato un investigatore di lungo corso qualche giorno fa. E adesso, con le prime richieste di archiviazione, i fatti sembrano dargli ragione. Quanto al perché lo scudo sia stato levato, la ragione è squisitamente economica. Perché i processi costano di per sè. E avrebbero rischiato di costare molto (anche alla sanità pubblica) eventuali condanne. Meglio tagliare la testa al toro prima che i buoi scappassero dalla stalla, allora. Sacrificando anche la giustizia sull’altare di uno stato di emergenza ormai permanente.
stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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