La giustizia negata

Non so quanti di voi ricordino questi nomi. Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi, 26 anni. E soprattutto il loro sacrificio consumato in una notte di tragedia in un’acciaieria che non c’è più.

Le loro croci sono allineate su una parete del Cimitero Monumentale per non dimenticare, almeno lì, la morte atroce che li ha colti il 6 dicembre di 12 anni fa alla Thyssenkrupp di corso Regina Margherita. La fabbrica maledetta è chiusa, avvolta nella polvere e rosa dalla ruggine. Un mostro spento e inutile che, almeno avremmo dovuto cancellare con le ruspe per farne qualcosa di buono.

Ma niente, resta lì nell’incuria in cui questa città una volta votata alla fabbrica, sta precipitando, salvo poi celebrare riti carichi di angoscia per madri, sorelle, vedove e orfani in una litania di preghiere e di parole di circostanza. Come ieri, come un anno fa e poi ancora, andando indietro nel tempo fino al 2007. Sono passati 12 anni ma del rogo della Thyssen è rimasto solo il dolore e la rabbia per una giustizia che non ha mai colpito i veri responsabili.

«Maledetti tedeschi, avete ucciso i nostri figli e siete liberi», mormorava piangendo una madre con in sottofondo tante altre voci rotte dall’emozione. Già, Harald Espenhahn e Gerald Prieglitz, amministratore delegato e consigliere della ThyssenKupp benché condannati in Cassazione non oltrepasseranno mai il cancello di un carcere.

La Germania li protegge, l’Europa fa spallucce e l’Italia bela le proprie rimostranze per la giustizia negata. Meglio concentrarsi in dolorose cerimonie che battere i pugni per ottenere rispetto verso le vittime del lavoro.

fossati@cronacaqui.it

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