La giustizia e la legge

(foto: depositphotos).

«Anche se piangeran con te, la legge non può cambiare» cantava amaramente Fabrizio De André alla donna che implorava pietà per il suo Geordie, affrontando un pellegrinaggio che la porta anche di fronte al re. Le famiglie della Thyssen questo medesimo pellegrinaggio l’hanno intrapreso molti anni fa e non l’hanno mai interrotto.

Perché questa vicenda non si è mai interrotta né con le sentenze né con i risarcimenti, è stata trascinata oltre il limite di decenza che dovrebbe avere la giustizia per essere tale: lo esigono i famigliari delle vittime, ne hanno diritto anche i colpevoli. In questo balletto di dolore, si scontrano due sistemi giudiziari di due Paesi, ciascuno dei due incomprensibile all’altro.

Le famiglie ricorrono all’aiuto della politica, delle istituzioni, ma nulla possono ricevere se non le solite parole di conforto, le strette di mano, impegni e promesse (adesso Conte ha garantito che si farà postino tramite la cancelliera Merkel, anche se quest’ultima ha già chiarito che non può certo influire sull’ordinamento giudiziario del suo Paese).

Questa è una vicenda che fin dall’inizio trascendeva le aule dei tribunali e le ritualità del caso, lo sappiamo benissimo. Quindi adesso non deve stupire che il nostro governo voglia richiamare l’ambasciatore per chiedere lumi (di solito si fa in occasione di qualche grave crisi diplomatica e, a proposito, con quello in Egitto che facciamo, per il caso Regeni?).

Restano queste madri e queste vedove che proseguono instancabili il loro cammino, il loro pellegrinaggio, come lo avevo definito, per ottenere ciò che chiedono: giustizia, o qualcosa che le somigli, anche se a volte sembra così differente dalla legge. Loro lotteranno fino alla fine, dicono. Sappiamo che lo faranno. Con il cuore.

Twitter: @AMonticone

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