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Cronaca
LA STORIA

La gigantesca truffa che ha distrutto la vita a cinquecento operai

La fabbrica di Riva dai successi al baratro

Adesso tocca a loro, ai 391 superstiti della grande fabbrica di compressori per frigoriferi di Riva di Chieri che fino al 2004 dava lavoro a 2.200 operai: scegliere se accettare 7.000 euro (lordi) dando il via libera al concordato, rinunciando a qualsiasi altro tipo di pretesa oppure dire no a una proposta che prevede, tra le altre cose, oltre 700mila euro per le spese e gli onorari della procedura. «Una vergogna», commentano i reduci dell’Ex Embraco, mentre sfogliano la proposta del curatore in cui si legge anche la richiesta di 200mila euro avanzata per le consulenze da Carlo Noseda, marito di Alessandra Di Bari, l’imprenditrice che con il padre e altri tre – tra cui Noseda – è indagata con l’accusa di aver svuotato le casse dell’azienda, utilizzando i fondi destinati agli operai per sostenere spese personali e comprare auto di lusso. Proprio loro che erano stati presentati come i salvatori della patria, grandi imprenditori di successo. Senza che nessuno, dall’allora ministro Carlo Calenda, all’assessora al Lavoro Gianna Pentenero, ai sindacati, si sia fatto venire anche solo un piccolo sospetto dal capitale sociale della Ventures, l’azienda a cui è stato affidato il futuro di oltre 500 operai, di appena 5mila euro. Ma questa è soltanto una parte di questa storia purtroppo simile a tante altre. Una storia di una truffa gigantesca, di uno scippo di lavoro e di dignità che per essere compresa va raccontata partendo dall’inizio. È il 1994 quando la Embraco acquisisce lo stabilimento di Riva di Chieri (ex Aspera nel l’orbita Fiat). L’azienda produce compressori per frigoriferi e quando la fabbrica entra nella galassia della multinazionale Whirlpool gli affari vanno a gonfie vele. Ma nelle montagne russe del libero mercato basta poco per trasformare i dipendenti in esuberi. Nel 2017 gli americani decidono di delocalizzare la produzione in Slovacchia. Da Est arriva una delegazione di operai, i colleghi italiani, ignari dei piani futuri, di fatto li formano. E il 10 gennaio 2018 Embraco attiva una procedura di licenziamento collettivo per 497 dipendenti. L’azienda si impegna a collaborare con le istituzioni per la reindustrializzazione, il ministro Carlo Calenda interviene, il 6 marzo visita lo stabilimento. Quindi annuncia: «Oggi sono in grado di dirvi che avrete fino a fine anno uno stipendio pieno dato da Embraco e dopo la protezione di Invitalia che può rilevare l’azienda da Embraco. È una protezione che vi siete meritati, ma che noi non abbiamo dato a nessuno fino adesso». Poi assicura: «Troveremo un investitore». Gli operai sono soddisfatti, ma il sollievo dura poco. La giapponese Nidec Corporation (siamo ad aprile) acquista da Whirlpool per 1,08 miliardi di dollari le attività nei compressori di Embraco. Tutte, tranne Riva, per cui però viene trovato un investitore cui è affidata la reindustrializzazione. Il 16 luglio viene firmata la cessione di ramo d’azienda alla Ventures srl, i nuovi proprietari il 20 luglio si presentano ufficialmente agli operai. Dal palco allestito in fabbrica, il primo a prendere il microfono è Gaetano Di Bari, il “patron ”: «Chiamateci per nome», esordisce. Poi aggiunge: «Non ci piace il termine “proprietà”, saremo colleghi». Emerson Zappone di Embraco si congeda commuovendosi e ringraziando Dio per il risultato. Poi esce di scena: «Potevamo andare ovunque per fare i nostri prodotti – conclude, in inglese, l’altro socio dell’impresa, l’israeliano Ronen Goldstein – Abbiamo scelto l’Italia e l’Embraco perché conosciamo capacità e versatilità di ogni lavoratore». Ma i capannoni rimangono vuoti, gli operai trascorrono le giornate a tinteggiare le pareti, montare e smontare monopattini e bici cinesi che poi verranno promosse alle fiere come made in Italy, appiccicandoci sopra un adesivo di Ventures. Intanto, nel giro di pochi mesi, la società versa quasi un milione e mezzo di euro in emolumenti ai vertici aziendali. I nuovi proprietari sanno come muoversi. Chiedono e ottengono la cassa integrazione straordinaria per 24 mesi, il “reingresso parziale” dei lavoratori (per ciascuno ottengono 49mila euro) e 20 milioni su un conto vincolato dagli ex proprietari per la riconversione. Che però rimane sulla carta. I dipendenti rimangono senza stipendio e una parte di loro mangia grazie alla Caritas. Poi, stremati, presentano due esposti. E finalmente la magistratura accende un faro sulla gestione. Quando scatta il blitz delle Fiamme Gialle ormai è tardi. La proprietà ha già “utilizzato” metà dei venti milioni. E la vendita all’asta delle auto di lusso sequestrate agli indagati non porta che qualche briciola. Si arriva al fallimento, poi si riaccende la luce della speTra una settimana scade la cassa integrazione Agli operai vengono offerti 7mila euro lordi e uno degli indagati ora ne chiede 200mila ranza. Il ministro Patuanelli e la vice ministra Todde presentano il progetto Italcomp: l’ex Embraco e la veneta Acc lavoreranno insieme, produrranno migliori di compressori. Ma è l’ennesima falsa promessa. «Il progetto Italcomp», dirà il ministro Giorgetti, «non esiste». Arriviamo ai giorni nostri. Quelli dei nodi che arrivano al pettine. Perché il 22 gennaio, sabato prossimo, la cassa scade. Agli operai, se non si troverà una soluzione che a questo punto pare essere soltanto la rilocalizzazione delle persone, non resta che la disoccupazione. Oltre alla scelta che dovranno fare nei prossimi giorni: accettare, o meno, quei 7mila euro a titolo di indennizzo che lo stesso monsignor Nosiglia ha definito «una vergogna». Perché il concordato passi, deve dire sì il 90% di 391 persone. Chi si è esposto, per ora, dice fermamente “no”.

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