ANGELO RIBELLE

La generazione senza vento nel viaggio dello “Zio rock”

Il libro confessione del musicista ex Timoria Omar Pedrini

Siamo noi, della generazione senza vento, che ci ritroviamo in pagine e suoni e simboli inesorabilmente datati, lontani eppure vicini e presenti. Non quelli del “Siamo solo noi” di Vasco, e neppure la “generazione di eroi” degli Stadio e dei “Ragazzi del muretto”. Noi siamo quelli cresciuti con la musica dei padri e le storie dei nonni, diventati ragazzi e poi adulti con quella dei fratelli maggiori, ne avessimo avuti, e che sono stati scelti dal rock e dal grande padre di tutto, ossia sua maestà il blues.

E come generazione senza vento andiamo a leggere il libro “Angelo ribelle” (La nave di Teseo, 16 euro), autobiografia confessione di Omar Pedrini, che in una vita precedente è stato fondatore e leader dei Timoria, uno dei primi gruppi della scena rock alternativa a cantare in italiano. Oggi, proprio mentre quell’album incredibile che era “Viaggio senza vento” compie venticinque anni e torna in una edizione speciale, e dopo essere sfuggito alla morte, riacchiappato per i capelli, per ben tre volte, Omar Pedrini sceglie di raccontare la sua storia, così simile a quelle di molti di noi.

Lo confesso subito: io mi sento parte in causa. Per essere cresciuto con il beat, divenuto ragazzo con i cantautori, folgorato dal blues e da Eric Clapton e che ora, mano mano che invecchio, riascolto sempre e solo “Slowhand”, gli Who, i Clash, Steve Winwood e via dicendo. Da Brescia a «Milano mi ha adottato», da un quartiere difficile al liceo classico più importante, al rugby e al calcio, lui che porta quel nome per via di Sivori, alla prima chitarra elettrica. E la musica, Sanremo 1991 con il premio della critica, le filosofie orientali, quella curiosità bulimica di sapere, di conoscere, di leggere, suonare, scrivere, viaggiare. Ma anche le droghe, i dolori, il primo figlio che «ora ha venticinque anni e non mi ascolta», «sceglie di “uccidere” il padre», il cuore ballerino e quelle cicatrici sul petto che sono come i molti tatuaggi sul corpo di un guerriero rock.

«L’insegnamento più grande che ho ricevuto è che un guerriero sa imparare ad amare il suo dolore», dice Pedrini, che così ha scritto con i Timoria. E ancora, l’amore per la terra e le radici che si sposa con quello per il vino, il ritratto meraviglioso fatto di Veronelli «che mi aveva adottato», di Franco Califano, degli amici di sempre, anche chi ha sbagliato e dalla cella di un carcere ispirò la canzone “Sole spento”. E’ un viaggio che non è ancora terminato, anche se Omar si chiede quante vite potrà ancora avere, mentre guarda la giovane moglie e la piccola Emma Daria e dentro sé ascolta i battiti di quel muscolo impazzito, fragile proprio perché più grande del normale. Senza voler essere canto generazionale, un inno alla vita a tempo di rock. Que todo te vaya bien, Joe.

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