Schermata 2017-09-18 alle 21.48.38
News
IL CASO

La foiba dimenticata di Moncucco. Duecento corpi sepolti nei pozzi

Un convegno per rispondere agli inquietanti interrogativi su una strage dell’aprile 1945

Le morbide colline tra le provincie di Torino e Asti nascondono segreti e misteri, come quelli legati a una strage dimenticata. E i pozzi dell’antica cava di gesso di regione Bardella, a Moncucco, potrebbero celare i resti di duecento persone, vittime di un eccidio in quella che per molti è «la foiba piemontese». Adesso, dopo molto tempo, si torna a parlarne, nel tentativo di riaprire le indagini grazie anche all’impiego di nuovi ritrovati tecnologici. Per comprendere bisogna risalire ai giorni tra il 25 e il 28 aprile, quel limbo tra la liberazione e le stragi per rappresaglia dei nazisti in fuga. I giorni delle vendette, anche. A Moncucco, nella cava di gesso, si dice che accadde proprio questo: decine e decine di prigionieri furono giustiziati e poi sepolti nei pozzi della cava di gesso.Anche la dinamica è un mistero: si sa che i prigionieri erano legati a due a due con del fil di ferro e il sospetto atroce è che, sparando a uno, finisse inevitabilmente nella fossa anche il secondo. Quante potrebbero essere le vittime, allora? E quante quelle finite nella fossa ancora vive?

Domande atroci, che non hanno risposta da tempo, da quel 1988 in cui, nella zona che nel frattempo era diventata una discarica con tonnellate di rifiuti tossici di una ditta chimica, le ricerche del professor Armando Corino avevano consentito di scavare e portare così alla luce una cinquantina di reperti anatomici, ossa umane di almeno cinque o sei scheletri maschili, ma anche divise militari, scarponi, materiali del Regio Esercito, non solo della Repubblica di Salò. Dunque, quel giorno di aprile, nella fossa sarebbero finiti repubblichini, militari, semplici cittadini ma anche partigiani. L’inchiesta della procura astigiana aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un comandante partigiano, poi deceduto. Dunque, inchiesta archiviata. Rimangono alcune testimonianze raccolte, che fissano tra cinquanta e duecento il numero di vittime. Un gruppo di studiosi, geologi e ricercatori, cerca da tempo di recuperare se non la verità almeno parte della memoria di questo episodio.

Domenica 24, alle 18, se ne discuterà in un convegno al castello di Moncucco. Vi parteciperanno,oltre al professor Corino e al suo comitato, “Il messaggio dell’Imperatore”, il professor Luigi Berzano, sociologo astigiano di fama europea, il direttore del Cesnur Massimo Introvigne, Nicola Gallino, giornalista e storico appassionato, lo scrittore Massimo Giusio e il geologo Antonio Accotto, grande esperto di indagini nel terreno oltre ad altri relatori che interverranno al dibattito. E tra gli esperimenti di cui si parlerà, quello tentato con una nuova generazione di georadar, che nella mattinata di ieri è stato collaudato a Moncucco. Storici e tecnici, quindi, per la storia della “friare”, come viene definita la fossa comune con un termine dialettale: «Indica – dice Rocco Trutalli, uno degli organizzatori di questo convegno – una sorta di odore che arriva dal fondo di qualcosa, che la semantica dell’eufemismo impedisce di chiamare col suo nome vero di foiba»

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

banners
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo