coltello
Cronaca
IL PROCESSO

La ex lo accusa di un finto rapimento e organizzano l’agguato con i coltelli

L’assalto nato dalle false accuse si è concluso con una maxi rissa e un tentato omicidio

Sembrava una rissa da strada nata per motivi banali. E fu così violenta che solo per caso non perse la vita un ragazzo. In realtà, come emerso al processo pochi giorni fa, fu una spedizione punitiva contro un giovane innocente, additato dalla sua ex come presunto “rapitore” di una minorenne, la nuova fidanzatina di lui. Fu quella bugia, detta per gelosia dalla ex di lui, a scatenare il caos a Barriera di Milano il 23 settembre 2017. Una menzogna detta soltanto perché la ex non accettava che il fanciullo stesse conoscendo una nuova ragazza. E per vendicarsi, la ragazza “lasciata”, telefonò ai genitori della “rivale” dicendo loro: «Vostra figlia è stata rapita da quel ragazzo, vuole portarla all’estero». Parole che fecero nascere l’agguato e lo scontro tra bande in via Martorelli. In due vennero ricoverati in ospedale. In sei, tutti ventenni incensurati, vennero rinviati a giudizio. Uno di loro, accusato di tentato omicidio, è stato condannato tempo fa in abbreviato a cinque anni per avere accoltellato al tronco e al volto uno dei partecipanti alla rissa. Era in via Palestrina, nell’unico punto della via dove c’erano telecamere. Gli altri cinque ragazzi, imputati per rissa, sono stati assolti al processo in dibattimento dalla giudice Giulia Maccari. Nel luogo dove avvennero quasi tutti i tafferugli (via Martorelli) non c’erano né telecamere né testimoni. Essendo impossibile accertare «le singole condotte», non è provata «la sussistenza del reato». Tira un sospiro di sollievo, in particolare, l’imputato – difeso dall’avvocata Silvia Ughetto – vittima dell’agguato, ingiustamente accusato di aver rapito una minorenne (la sua fidanzatina). È il 23 settembre 2017 quando in via Martorelli 3, sul marciapiede, ci sono due giovani: uno ha appena accompagnato a casa di un’amica la sua ragazza, il secondo è un amico di lui. Fumano. All’improvviso arriva una giovane (la sorella della fidanzatina), scortata da tre uomini. «Dove c…è mia sorella», urla lei, e partono i primi schiaffoni e spintoni. A dare manforte alla donna, ci sono il fidanzato e altri due energumeni. Il giovane aggredito, vittima della spedizione punitiva, viene preso a ceffoni, mentre l’amico, che in tasca ha un coltellino, scappa, ma viene inseguito da due. In via Palestrina, incalzato da altri, tira fuori l’arma e accoltella chi lo sta per colpire. Un gesto che gli costerà cinque anni di reclusione. Dopo botte e inseguimenti, arrivano i carabinieri, due finiscono in ospedale. La verità emerge dopo, al processo, dove si scopre che a innescare la furia del gruppo che fa l’agguato è la ex del giovane inizialmente aggredito. È la sua telefonata, fatta ai genitori, poi riferita alla sorella, a innescare la violenza. Quel giorno, la ragazzina minorenne è davvero “sparita”, almeno dalla mattina: senza dire niente ai genitori, era andata a farsi un tatuaggio, poi da un’amica, poi dal nuovo fidanzato, ignaro di tutto, infine assolto.

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