La dignità in un trolley

In quel trolley scozzese c’è probabilmente di tutto, forse anche il vero nome della donna che dice di chiamarsi Angela. Come se un nome valesse l’altro, perché la vera identità deve rimanere dentro di lei. Non rivelarlo è la forma più disperata di conservazione della propria dignità.

Perché ognuno ne ha diritto, anche quando le traversie delle vita l’hanno portato a chiamare casa il pronto soccorso di un ospedale, la sedia di una sala d’attesa. Angela come molti altri. Come il vecchio che abbandona la testa su un bracciolo. E anche l’africano con solo un paio di ciabatte ai piedi. È l’umanità della notte degli ospedali di Torino. E non la si definisca «invisibile» perché in realtà la si vede eccome. Uno specchio incrinato di una realtà che si ha paura ad analizzare ed è forse per questo che troppo spesso va tutto sotto la generica definizione di «clochard».

Inserendo in questa ogni sfumatura, ogni variabile, talvolta aggiungendoci la banalità della «scelta della strada». Fa sempre paura capire quanto sia facile scivolare su una di quelle sedie, come sdraiarsi una volta, una sola, a terra tra i cartoni per non rialzarsi più, per non cambiare l’inerzia. E in queste sale d’attesa si cerca calore, un sonno ristoratore al sicuro dalle insidie di strada, magari anche solo il respiro altrui. Oppure si litiga, si urla. E ci adagia in un angolo, a stringere a sé i propri averi, l’intero proprio mondo. Anche un nome. Chiuso in un trolley dalla fantasia scozzese.

 

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