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IL FATTO

La crisi del virus morde già: coda alle mense dei poveri

Centinaia di torinesi devono scegliere se pagare l’affitto o i pasti

Il virus avanza, la città si ferma e ad allungarsi sono le code davanti alle mense dei poveri. In poche settimane, è più che raddoppiato il numero di coloro che si mettono in fila per avere qualcosa da mangiare.

E tra questi, ci sono sempre più italiani. «Prima che esplodesse l’emergenza coronavirus servivamo tra i 130 e i 150 pasti al giorno – ammette Maurizio Scandurra, volontario alla mensa dei poveri di via Belfiore 12, fondata da don Adriano Gennari -. Da quando abbiamo riaperto dopo il decreto, contiamo 250 persone al giorno in media». Circa cento in più rispetto agli standard della mensa, tra cui «moltissimi italiani e non solo clochard» rivela Scadurra, che aggiunge: «L’accelerazione della crisi è stata particolarmente dura per i nostri connazionali». Gli effetti collaterali del virus sono ben visibili anche nelle code di fronte agli Asili Notturni Umberto I di via Ormea.

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