crisi teatro dubrovka
Amarcord
23 OTTOBRE 2002

La “crisi del teatro Dubrovka”: 850 civili sequestrati in 4 giorni

Un gruppo di militari chiese il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia

Nord-Ost era il primo musical in stile occidentale prodotto in Russia. Nell’ottobre 2002 stava ottenendo un grande successo: il paese era ancora in balia della crisi, era uscito con le ossa rotte dalla Perestroijka e dall’arrembaggio lanciato dagli speculatori e dai faccendieri internazionali, ma aveva voglia di cambiare pagina e, perché no, di svagarsi. NordOst, tratto da un’opera del ‘39, sembrava uno spettacolo modernissimo e in salsa occidentale, con musiche e luci. Tutto ciò cozzava un po’ con il teatro nel quale andava in scena, un edificio dalla triste facciata in stile sovietico, dal nome oggi purtroppo famoso: Dubrovka. In russo, significa “bosco di querce”, nome dato anche ad una stazione della metropolitana di Mosca; ma al di là del fascino poetico di questo nome, oggi Dubrovka ricorda una strage crudele ed uno degli episodi più cupi della storia recente russa. Sono passati vent’anni da quel maledetto 23 ottobre 2002 quando, alle 21,56, un gruppo di terroristi incappucciati fece irruzione al Dubrovka armato di kalashnikov. Al grido «Siamo qui per morire, e non per vivere» il commando avvertì: nessun colpo di testa. Erano tutti imbottiti di esplosivo, bastava un clic per mandare tutti all’altro mondo. Chi era andato alla toilette riuscì a fuggire; altre 150 persone furono poi liberate dagli stessi terroristi. Ma per gli altri, circa 700 persone, iniziarono giorni di inferno. Gli attentatori erano tutti ceceni: chiedevano l’immediato ritiro delle truppe russe dalla Cecenia e la fine delle ostilità, nonché la consegna del capo del governo filorusso della regione, Ahmad Kadyrov. L’edificio fu subito circondato dalle forze speciali russe e dal gruppo Alpha, l’unità addestrata sotto il Kgb. Il presidente Vladimir Putin, da poco alla guida della Federazione, doveva partire per il Messico: annullò il volo e rimase a Mosca a seguire una situazione sempre più critica. Non sembrava esserci spazio per quelle trattative che, nel 1995, avevano portato alla soluzione di una crisi analoga, quella dell’ospedale di Budënnovsk, assaltato da forze cecene che presero in ostaggio 1600 persone, poi rilasciate dopo le trattative. Le forze russe avvertirono: se gli ostaggi fossero stati uccisi, sarebbe iniziato il blitz. E così fu: attraverso i condotti dell’aria condizionata fu immesso nel teatro un gas che doveva tramortire i terroristi, il Fetanyl, un oppioide sintetico. Iniziò così il blitz: ma oltre ai 49 terroristi uccisi si contarono 130 morti civili, molti dei quali deceduti per l’intossicazione. Una pioggia di critiche cadde su Putin: azione troppo energica. Amnesty chiese un’inchiesta. Ma come impedire che i terroristi ammazzassero gli ostaggi? Davvero non c’era altra soluzione? Putin, visibilmente commosso, affermò la sera del 26, ad operazioni finite: «Non abbiamo potuto salvare tutti, perdonateci». A distanza di 20 anni, l’incubo del Dubrovka è ancora ricordato come l’11 settembre della Russia.

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