SANDY SKOGLUND

La “creatrice di immagini”: «Svelo i misteri della realtà»

La neve attecchisce silenziosa al terreno, mentre l’artista Sandy Skoglund racconta con cura e trasporto le diverse fasi creative che hanno scandito la composizione della sua ultima opera, “Winter”, esposta in anteprima mondiale negli spazi di Camera di via delle Rosine 18 in occasione di “Sandy Skoglund. Visioni ibride”, prima antologica a lei dedicata.

L’esibizione, inaugurata oggi e in programma fino al 24 marzo 2019, ripercorre l’intero itinerario artistico della 72enne fotografa americana, dai primi scatti effettuati negli anni Settanta alle opere più recenti, snodandosi in un percorso che ben evidenzia «le molteplici qualità della Skoglund – come precisa il curatore, Germano Celant – e “tortura” lo spazio, affinché quest’ultimo si esprima e racconti la storia artistica e biografica dell’autrice», che a breve sarà pubblicata anche in un volume edito da Silvana Editoriale e in uscita a fine febbraio.

Una narrazione che, dunque, affonda le proprie radici in un approccio “personale” alla fotografia, scevro dei vincoli imposti dalla tradizione e annegato in pieno clima concettuale (dove, tuttavia, già si scorgono i temi caratteristici dell’interno domestico e della sua trasformazione in luogo di apparizioni al contempo comiche e inquietanti), per poi evolversi nelle grandi composizioni dei primi anni Ottanta, che hanno consacrato la fama internazionale della Skoglund.

Come le visionarie “Radioactive Cats” (1980) e “Revenge of the goldfish” (1981), primo sintomo di una confluenza di memorie, emotività ed elementi del quotidiano caratterizzanti il suo linguaggio specifico e prodotto autonomo di un’espressività che rinuncia al rapporto con i codici imposti, aprendosi alla celebrazione degli opposti e dando vita, così, a una dialettica perpetua tra mondi diversi ma reciprocamente dialoganti (quali cibo, animali, luoghi asettici ed esseri umani).

«La “creatrice di immagini” Sandy Skoglund – conferma il direttore di Camera, Walter Guadagnini – è dotata della capacità di “inventare la realtà”, lavorando sulla contemporaneità circostante per renderla leggibile e, insieme, sfruttandola per studiare la fotografia e i suoi confini», dal momento che «l’obiettivo – come spiega l’artista stessa – è proprio quello di rivelare la parte misteriosa della realtà, poi condivisa da tutti i suoi abitanti». E tale è anche il caso di “Winter”, la cui gestazione ha visto una durata di dieci anni (2008-2018) e una genesi concettuale, stimolata da una sensazione riguardante “i fiocchi di neve e le loro sei forme”, che l’artista ha voluto riprodurre utilizzando dapprima ceramica e argilla e, in seguito, ricorrendo alle tecniche digitali, in un lungo processo di apprendimento e crescita creativa che ha condotto a un’opera «di cui ogni frammento esprime la paura primaria della dipendenza umana dalla natura e dagli altri».

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