La condanna del senso di colpa
Il Borghese

La condanna del senso di colpa

Sconvolge sentire certe cose. Per esempio che se un ragazzino di 17 anni è diventato un assassino è colpa dei videogames che aveva nella sua cameretta e ai quali si impegnava, anche di notte, fino all’ossessione. Soprattutto i giochi violenti. Lo dicono i suoi genitori. Forse perché anche loro, a propria volta, hanno ormai raschiato il fondo del barile nel cercare le motivazioni, la scintilla che ha portato il loro figliolo a diventare un assassino che, armato di ascia, ha massacrato i genitori del suo migliore amico, dopo averli sorpresi nel sonno.

Forse accettando un patto diabolico, forse accontentandosi di una ricompensa promessa di mille euro. O probabilmente, ancora, perché vittima di un legame che era ben più profondo di quanto chiunque sia disposto ad ammettere. Ma se certe affermazioni sconvolgono, non è per fare moralismo d’accatto, o per criticare una corsa alla giustificazione da parte di una famiglia: di cose assurde se ne sono sentite, in tanti anni, anche in altri casi. Come la storia di Erika e Omar che sarebbe stata segnata da riti esoterici e canzoni hard rock dai testi che nascondevano messaggi diabolici, e via discorrendo. Quando invece, a rendere tutto più semplice, alla fine pare che fosse la droga. Che non è estranea neppure a questo orribile delitto, peraltro. Ma mettiamoci nei panni dei genitori, che nei commenti sui social network, ovunque si condivida un articolo di giornale o che altro, vengono immancabilmente tirati in ballo, criticati, come se ognuno potesse davvero tirare fuori la ricetta magica. «Non chiamatelo assassino» aveva detto il padre, parlando del suo Manuel, subito dopo l’arresto. E giù critiche, la principale delle quali era «sei tu che hai fallito come padre».

Calma, calma, proviamo a scendere tutti dal pulpito. Questo padre, come prima reazione, ha preso a schiaffi suo figlio, dopo la confessione. E magari dentro di sé pensava che avrebbe dovuto colpirsi lui, perché certamente un genitore, per prima cosa, si addossa la responsabilità di tutto. Poi, quando all’interno del nucleo famigliare non compare il pretesto, non si individua il punto di non ritorno, ci si deve dannare a cercare altro, a rintracciare una ragione per deviata che sia, per assurda che sembri. E dovunque cade lo sguardo, il senso di colpa non si cancella: per il dubbio di non aver vigilato abbastanza, di non aver capito in tempo. Il figlio è diventato assassino e la condanna la scontano anche i genitori. Ecco la realtà che fa davvero male.

Twitter@AMonticone

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