amba alagi
Amarcord
7 DICEMBRE 1895

La clamorosa sconfitta italiana nella battaglia di Amba Alagi

Appena 2300 uomini contro un effettivo militare di 30mila unità

Nel 1895, tutta l’Africa era conquistata dall’Europa. Tutta? No. Tra i leoni ed i baobab rimanevano piccoli villaggi di Asterix, il più grande dei quali si chiamava Abissinia. Un territorio vastissimo, flagellato da un sole impietoso e sostanzialmente improduttivo. Nel 1889 il nostro paese aveva firmato il trattato di Uccialli che regolava i rapporti con la controparte africana, facendo dell’Abissinia una specie di protettorato italiano (ma questo secondo l’interpreta – zione italiana del trattato). Certo che però tutte le potenze d’Europa avevano ricche e vaste colonie, e l’Italia era limitata a pochi coriandoli di terra nel Corno d’Africa. E lì a fianco c’era la Terra Promessa, l’Abissinia celebrata da note canzonette di propaganda. Nel dicembre 1895 l’allora Regno d’Italia, privo ancora di Trento e Trieste, rompeva gli indugi ed entrava in armi entro i confini etiopi. I soldati di Sua Maestà Umberto I non poterono allietarsi per la ridente campagna della regione del Tigrè, in quanto fin da subito fu evidente la volontà del negus Menelik II di difendere i propri confini dando filo da torcere alle poche divisioni tricolori che stavano entrando in Abissinia. Ma sì, l’Italia in Etiopia schierava quattro gatti, appena 2300 uomini contro un effettivo militare di 30mila unità a disposizione del negus. Una superiorità numerica che portò al completo annientamento degli italiani. La prima battaglia, il 7 dicembre 1895, passò alla storia come una delle peggiori sconfitte mai inflitte agli italiani e, per giunta, fu una figuraccia di proporzioni mondiali: l’Italia si vantava del suo nuovo ruolo di importanza, nuova potenza tra le grandi europee. Ebbene, che una potenza occidentale venisse sconfitta sul campo da un oscuro reame africano proprio non poteva essere accettato. A comandare le truppe italiane all’Amba Alagi era un piemontese di Peveragno, il maggiore Pietro Toselli. I suoi soldati intonarono una celebre canzone in suo onore, ed alla sua memoria furono intitolate vie, scuole, piazze. Una memoria postuma per un generale sfortunato, finito crivellato di colpi a causa della scellerata politica coloniale del governo Crispi, imbevuto di una acritica visione del mondo secondo la quale gli europei avrebbero vinto senza problemi, a dispetto della loro inferiorità numerica. Crispi affermò: “Il fatto dell’Amba Alagi è uno degli episodi inevitabili in tutte le guerre coloniali. Il Governo può essere accusato d’imprevidenza”. Eh già. E infatti i risultati furono ben evidenti: il 29 gennaio 1896 gli italiani guidati dal trentino Oreste Baratier furono sterminati ad Adua, il cui unico momento fulgido fu rappresentato dalle celebri parole del colonnello Galliano, il quale, avendo ormai compreso l’inevitabile disfatta, ebbe a dire «Signori, si dispongano con la loro gente e vediamo di finire bene». Da quel momento, l’Abissinia restò una macchia sull’onore italiano: macchia che Mussolini cercò di lavare, con i metodi che sappiamo.

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