Quaglieni
Cultura
L’intervista

«La città che io amavo oggi è barbara, incivile. E dominano le cricche»

Parla il professor Pier Franco Quaglieni

Mentre carica le batterie per la presentazione del suo ultimo libro “La passione per la libertà” (Buendia Books, 15 euro), prevista martedì prossimo a Bardonecchia in anteprima nazionale, Pier Franco Quaglieni non si risparmia. Un fiume in piena, come al solito, che passa in rassegna l’ultima galleria di figure memorabili della storia più recente con cui l’abile storico è riuscito a sfiorare l’attualità. Il baricentro? Sempre lo stesso, irrinunciabile, esplicitato fin dalla copertina a cura di Ugo Nespolo: la libertà.

Professor Quaglieni, il suo ultimo libro è dedicato alla “passione per la libertà” fin dal titolo. Una galleria che va da Guido Ceronetti a Philippe Daverio, passando per Massimo Mila e Giampaolo Pansa. Cosa rappresentano per lei la passione e la libertà?

«La mia è una passione per la libertà responsabile, specie nel clima terribile che stiamo vivendo: quello della pandemia. Appartengo a una cultura liberale che sta con lo Stato e non contro lo Stato».

Starà mica facendo riferimento alle recenti polemiche su vaccini e Green Pass?

«Lo Stato ha un valore che non si può negare in assoluto e ancora di più in un contesto simile. Il nostro non è uno Stato che fa pensare a un regime sovietico, ma uno Stato democratico garantito dalla Costituzione. Gli uomini di cultura, in particolare, non dovrebbero mai creare confusione ma contribuire a dare fiducia alle persone. Vaccinarsi e invitare gli altri a farlo: ecco la libertà».

Massimo Cacciari ha agitato lo spauracchio del regime, stava pensando a lui?

«Non voglio polemizzare con Cacciari ma non accetto i sedicenti filosofi. Perché i filosofi sono una cosa diversa, una cosa molto rara. Cacciari si occupi di filosofia, anche se non ha più l’età per insegnare. Scelga più spesso il silenzio specie quando non sa. Può essere un atto di responsabilità. Se non sai è giusto non allarmare gli altri»

E dei No Vax cosa pensa?

«Mi hanno attaccato anche ferocemente. Agitano bandiere che non sono di libertà, ma un attentato alla sicurezza e alla vita delle persone che viene contrabbandato per libertà. Confondono volutamente e in malafede la libertà con la licenza più individualista»

Come ha vissuto la pandemia?

«Il mio ultimo libro è nato durante la pandemia, ma a quella sanitaria ho dedicato solo qualche accenno. Mi preoccupa la pandemia culturale che stiamo vivendo e mi voglio ribellare al conformismo plumbeo di una certa idea di cultura. Non ne posso più»

Cosa intende?

«Ci sono dei “leviatani” a Torino che monopolizzano tutto, specie nella cultura»

Un’accusa grave. Quali?

«Il Circolo dei Lettori o il Polo del Novecento, ad esempio, istituzioni più che foraggiate con denari pubblici»

Una “cultura per bande” ?

«Non saprei dirle se è una “guerra per bande”. Di certo non appartengo né a una banda, né all’altra. Finché potrò resterò un battitore libero»

Come si fa per tutta una vita?

«È una sofferenza ma è anche molto bello. Se dovessi tornare indietro rimarrei, appunto, un battitore libero. Quando al professor Francesco Ruffini dell’Università di Torino i giovani fascisti fecero trovare una museruola sulla cattedra, lui non si scompose ma li guardò e disse: “Qui un cane deve averla dimenticata…”. Io reagisco così»

È un consiglio ai giovani?

«Sì. Le museruole lasciamole ai cani, ma la cultura di questa città intimidisce»

Cosa pensa di chi evoca il rischio che torni il fascismo?

«Siamo pazzi? Le dico chiaro di no. È una sciocchezza perché non ci sono le condizioni: la storia non si ripete mai»

In questi giorni, però, sembra che l’Italia si sia spaccata in due, davanti a quell’unica arma che è in grado di sconfiggere il nemico Covid: il vaccino. Fino ad evocare, se non il fascismo, una forma di regime. Non impariamo nulla dalla storia?

«La dimentichiamo, cosi come abbiamo dimenticato Benedetto Croce che, nel 1915 era contrario all’entrata in guerra dell’Italia, ma dopo Caporetto scrisse pagine importanti a sostegno dei soldati che combattevano in trincea. Oppure Curzio Malaparte, che pur non essendo italiano, partecipò come volontario e addirittura fece falsificare la data di nascita pur di averne l’età. Figure che di fronte alla storia si sono mosse per passione e in modo libero»

E oggi?

«Per me la passione per la libertà è quella per la libertà culturale contro alcuni conformismi che sono diventati, come le ho detto, una cappa intollerabile. Pensi a quando, pochi anni fa, addirittura il Salone del Libro tolse lo stand a un editore tacciandolo di “fascismo” prima ancora di conoscere i libri che avrebbe portato in fiera. Non era mai capitato che il Salone fermasse un editore, anzi, forse è sempre stato il contrario. Eppure, il solo agitare quello spettro bastò per una censura preventiva»

Una forma di fascismo?

«Questo, se vuole, si chiama fascismo perché non è libertà. Quell’episodio mi ha fatto tornare alla mente Ennio Flaiano quando diceva che esistono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti»

A giudicar dall’esito di quelle polemiche, il libro dello scandalo ebbe ancora più pubblicità, così come l’editore…

«Un ufficio stampa non sarebbe riuscito a far meglio. Quell’antifascismo viscerale oltre che sciocco è anche controproducente»

Torniamo a noi. Nel suo libro non ci sono figure attuali ma riferimenti ad alcuni personaggi di oggi non mancano. Ad esempio, con Beppe Grillo, va già duro…

«Quando Beppe Grillo arriva ad attaccare persino il Risorgimento, invocando una giornata per le vittime, da storico cosa dovrei pensare? Andrà bene come giullare, come comico e, per quanto possa essere irrilevante, a me non piaceva nemmeno quando si limitava a quello. È uno che lancia slogan, frasi fatte che aggiungono confusione a confusione. L’Italia non ne ha bisogno»

E Mario Draghi, invece?

«Manna caduta dal cielo. Il popolo italiano non merita un uomo del genere alla Presidenza del Consiglio. Siamo coetanei e non mi capisco dove trovi la forza per fare ciò che fa»

Perché non lo meritiamo?

«Perché siamo un popolo indisciplinato. Un popolo che dà la maggioranza dei voti ai “grillini” non merita Draghi. Sono sciocchezze quelle dell’uno vale uno, ognuno di noi ha un suo vissuto e ha fatto delle scelte, giuste o sbagliate. Ma io credo nel voto e nell’esperienza. I due governi guidati da Giuseppe Conte sono stati uno peggiore dell’altro e confido che quando si andrà a votare ci saranno dei cambiamenti. Anzi, me li auguro»

Torino avrà quel banco di prova il 3 ottobre. Come valuta la sindaca Chiara Appendino?

«Con un giudizio negativissimo. Ho scritto tutto il male possibile e continuerò a farlo fino ad allora. Non perché abbia pregiudiziali, ma perché ogni giorno mi offrono qualche motivo per dissentire»

Faccia un esempio…

«Ma come si fa a dividere in due via del Carmine, facendo impazzire il traffico per creare una “piazzetta” in quel punto di Torino? È follia oltre che discriminazione, perché va deliberatamente a favorire una realtà come il Polo del Novecento, un’istituzione iper finanziata dagli enti pubblici e totalmente orientato a sinistra. Voglio vedere se fosse il Centro Pannunzio a chiedere di spezzare via Maria Vittoria che, invece, hanno riempito di dehors»

Torino non le piace più?

«L’ho vista peggiorare sempre di più e cerco di starci il meno possibile. Non la riconosco e non mi ci riconosco. È imbarbarita, involgarita. I locali che amavo non ci sono più, i negozi di abbigliamento e i ristoranti sono scomparsi. Magari piacerà ad altre generazioni, non alla mia»

Ha mai pensato di andar via?

«Abito agli inizi di San Salvario, nell’ultimo angolo che non è stato raggiunto dal degrado. Ma se vivessi anche solo un poco più in là, ad esempio, nella “movida” di via Berthollet, me ne andrei subito. Con la sola difficoltà di traslocare una biblioteca di oltre 40mila volumi»

La città sta perdendo i pezzi anche dell’industria. Quello di Fiat, oggi Stellantis, somiglia a un “lungo addio” ma, al contempo, John Elkann diventa Cavaliere del Lavoro…

«Rispetto le scelte del presidente Mattarella, sono io stesso Cavaliere di Gran Croce e ho obblighi istituzionali. Ma pur rispettandole non ritengo particolarmente felice quella decisione. Perché il signor Elkann non ha nulla di italiano, neppure il nome. Uno che ha portato via dall’Italia un’industria e continua a smantellarla anche simbolicamente, svendendo la palazzina uffici del Lingotto. Uno così non è Cavaliere del Lavoro. Che l’onorificenza gliela diano Stati Uniti o Regno Unito».

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