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Quando la “carità” produce lager

Mi sono venute le lacrime agli occhi nel leggere l’accorata lettera al direttore di un’ospite di una casa di riposo di Bergamo. La donna ha 86 anni, una famiglia che adora e che l’adora, eppure da marzo è prigioniera, in senso letterale, di provvedimenti adottati “per precauzione”. Niente più permessi di uscita. Visite brevi come in carcere, al di là di un vetro. Sospesa ogni attività ricreativa, giochi a carte, persino le tombole che tanto piacevano ai nonnetti. Vietate le passeggiate nei reparti e in giardino. Chi è costretto sulla carrozzella resta addirittura in camera, in una specie di 41bis per invalidi che non può ispirare altro se non pensieri di suicidio. Lei, che è lucida e autosufficiente, vede in Tv tutte le eccezioni che vengono concesse (calcio, trasporti, ristoranti, mercati…) e soffre da morire. Sì, morire. Nessuno farà mai il calcolo dei morti non per il Covid, ma per il terrorismo politico da Covid. Persino un noto calciatore dell’Atalanta durante il lockdown è stato colto da una gravissima forma di depressione ansiosa che lo costringe ancora oggi fuori squadra. Dicono che lo fanno per il loro interesse, perché sono fragilissimi. Dicono che è per salvare loro la vita. Ma è vita, quella che viene loro salvata? Per me è solo il prolungamento crudele di una detenzione forzata, già difficile da accettare in tempi normali. Possibile che non si possano adottare forme di prevenzione (tamponi lampo, come nel calcio) per addolcire l’amarezza dei loro ultimi giorni? Io lo confesso: preferirei morire che aspettare Catlin-a in catene. Guardiamo cosa c’è dietro i numeri. Lasciamoli magari morire, quei vecchi, ma a modo loro sereni. Non sono ergastolani.

collino@cronacaqui.it

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