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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La battaglia di Mario

Pochi dettagli, nessuna foto impattante come quella di Dj Fabo ridotto a una larva sulla carrozzina. Questa volta, per scrivere la storia basta un nome di fantasia. Mario. Anonimo marchigiano di cui non si conosce neppure l’età, ma di cui si sa che è tetraplegico. Da 10 anni. Un uomo che la malattia ha privato della propria essenza, ma anche un combattente vero che per primo nel nostro Paese, con tanta pazienza e un mare di carte bollate, ha ottenuto il permesso di poter smettere di soffrire. Mario, ha stabilito il comitato etico dell’Ausr delle Marche cui era stata demandata la decisione dal tribunale di Ancona, potrà morire con il suicidio medicalmente assistito. Senza esili, senza dover viaggiare (…) di nascosto (perché non si sa mai) verso una clinica elvetica in cui è concesso ciò che qui era proibito. Era. Perché il vento, forse anche grazie a quella foto shock del dj romano, è cambiato. Anche se la politica, nonostante i molteplici richiami arrivati da quei giudici cui ha delegato la questione, tolta qualche eccezione, continua a tacere. A non prendere posizione. A non fare quella benedetta legge che ha chiesto di scrivere nientemeno che la Corte Costituzionale. Lasciando i molti Mario che popolano il nostro Paese a combattere battaglie solitarie e dall’esito incerto. Mentre tanti altri se ne vanno a morire in silenzio, quasi di nascosto, in quella Svizzera che non ammette l’eutanasia, ma il suicidio assistito sì. Storie diverse le une dalle altre, che in comune hanno soltanto il dramma di chi non ce la fa più. Oltre al finale. Che si consuma in due bicchieri (un antivomito e un veleno che in due minuti blocca il cuore) offerto da associazioni elvetiche che si occupano di tutto, dal medico, al medico legale, alla cremazione, in cambio di 10mila euro. L’associazione Exit, nata a Torino nel 1996, da 25 anni dà informazioni («e niente più») a chi sia intenzionato a contattare queste associazioni. «E non sappiamo – spiega il presidente, Emilio Coveri – quanti dei nostri soci, che sono oltre 5.000, vadano poi effettivamente a morire». Ma una stima si può fare. «Circa 50 all’anno». E un dato, da prendere come una cifra per difetto, il presidente di Exit, è in grado di darlo. E riguarda la “luce verde”. Ossia il via libera al suicidio che le associazioni elvetiche danno «dopo accurate verifiche della documentazione medica dei pazienti». Ebbene, dall’inizio dell’anno, tra i soci di Exit si sono accese 38 luci verdi. «Undici delle quali relative ad associati del Piemonte». Otto sono arrivate da maggio, quattro riguardano torinesi che sono andati – o andranno presto – a smettere di soffrire. «Il trend – come Coveri spiegava in una intervista pubblicata su queste pagine due settimane fa – è in crescita». E «l’Italia – dice ora – è finalmente matura per fare quel passo necessario che la politica, tolta qualche eccezione come i Radicali, non ha ancora avuto il coraggio di fare». Con la prospettiva di un referendum su cui a gennaio si esprimerà la Cassazione. E una certezza: «Anche se non dovesse passare, saranno obbligati a fare la legge». Perché l’ha chiesto la Corte Costituzionale. «E ancor più da oggi, dopo il caso di Mario, che è la classica “breccia di Porta Pia” che mette i partiti di fronte alle proprie responsabilità, dando una risposta su eutanasia e suicidio assistito, su cui il 78,8 per cento degli italiani, secondo l’Eurispes, è favorevole». Lo scoglio principale? «Il Vaticano, il timore dei politici di non essere più candidati ed eletti». Ma Coveri è sicuro: «Finirà come per l’aborto, e la Chiesa dovrà farsene una ragione».

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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