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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La battaglia del Corriere

Urbano Cairo va alla guerra per il Corriere della Sera, una guerra in cui gli eserciti non sono ancora del tutto schierati e proprio gli eventuali nuovi arrivi – e relative alleanze – potrebbero cambiare l’assetto della società Rcs, con l’appuntamento cruciale fissato al 30 di agosto, quando ci sarà il redde rationem con il fondo americano Blackstone, quello che chiede 600 milioni di dollari di danni. Ieri si è tenuto il Cda del gruppo Rcs con all’ordine del giorno l’approvazione dei conti presentati alla fine di giugno. Conti positivi per il Corriere e le altre testate collegate, nonostante il calo di copie generalizzato dell’editoria italiana e il pesante impatto della pandemia, tanto che in Rcs si è dovuto mettere mano all’organizzazione aziendale (tagli e risparmi), ma la previsione è di un rilancio forte che potrebbe portare a chiudere l’anno con maggiori utili in doppia cifra. Ma gli occhi di tutti erano puntati sul caso Blackstone, la controversia legale sulla cessione della sede di via Solferino: dopo una prima battaglia legale, che ha rilevato come non ci fossero state irregolarità, dagli Stati Uniti ci hanno riprovato presentando, nel mese di giugno, un ricorso alla Corte Suprema di New York, ricorso che – si legge in una nota di Rcs – «contiene le medesime domande già proposte nei precedenti atti introduttivi». Fatta salva la regolarità della cessione, Blackstone avanza di nuovo la richiesta di danni al Gruppo e al suo presidente (che all’epoca era in minoranza, ma si oppose al piano di vendita ad Allianz deciso principalmente dalla Fiat, ancora azionista al tempo), ossia quei 600 milioni che non sarebbero proprio una sciocchezza per un gruppo che ha un indebitamento finanziario totale di 200 milioni di euro e ricavi netti per 30 milioni nel primo semestre (quasi 50 in più rispetto a quello precedente in perdita). Nella nota si legge che «la Società, acquisite le valutazioni aggiornate dei propri consulenti legali, ha ritenuto che non sussistano i presupposti per l’iscrizione di fondi rischi». Ossia non c’è da temere, non pagheremo niente, pensa Cairo. In sostanza, Cairo mostra i muscoli per non rimanere nell’angolo in cui è stato sospinto dagli ultimi avvenimenti. Il più clamoroso, le dimissioni di Gaetano Micciché dal Cda. Il banchiere ha motivato l’addio con impegni personali e professionali, ma gli analisti vi hanno letto una presa di posizione rispetto alla gestione Cairo. Micciché che era sì consigliere indipendente, ma ai tempi dell’Opa per Rcs (2016) era stato l’uomo forte in Intesa Sanpaolo per consentire a Cairo di ottenere i finanziamenti necessari. Mossa cui lui ha risposto tenendo i conti in ordine. Ora però, nonostante l’ottimismo del presidente del Toro e dei suoi legali, è chiaro che questa spada di Damocle potrebbe far saltare il banco. Gli stessi rapporti con Intesa Sanpaolo e l’ad Carlo Messina non sembrano proprio semplici. A Cairo serve una sponda negli ambiente finanziari milanesi, un contributo di peso: i nomi che si fanno per un ingresso in Rcs sono quelli della famiglia Pesenti (eredi di quel Carlo che già fu nel cda del Corriere), re del cemento e ora anche della sanità privata, e dei Rotelli. Tutti nomi forti e con grande disponibilità finanziaria. Ma il loro ingresso, inevitabilmente, porterebbe Cairo sotto il 50% della proprietà, anche se manterrebbe il controllo. Ma come cambierebbe la gestione, in questo caso? Una gestione «troppo verticistica» si dice negli ambienti economici, che tradotto significa troppo nelle mani di Cairo, per le vedute dei consiglieri di minoranza, proprio i più scettici sul mancato accantonamento dei fondi di rischio. A qualcuno, infatti, pare un azzardo. E se una sentenza dovesse ribaltare tutto? Le conseguenze non sarebbero solo economiche: il gruppo Blackstone – che avrebbe offerto una mediazione proprio in questo senso – potrebbe anche entrare nel capitale Rcs e sedere in Cda, chiedere una diversa gestione. Il fondo americano, che amministra asset per oltre 600 miliardi in tutto il mondo, è retto da Stephen Schwarzmann, amico di famiglia degli Agnelli-Elkann. Già, perché questi rumors del risiko editorial-finanziario portano sempre all’interesse di John Elkann, solo in apparenza spettatore. All’editore di Stampa e Repubblica converrebbe un Corriere (e Gazzetta e le altre testate) infiltrato da capitali stranieri? O c’è un intento neppure troppo folle di creare un clamoroso maxigruppo editoriale, arrivando – per il tramite della finanza d’oltreoceano o d’oltralpe con il gruppo Bolloré – a rimettere piede nell’ex via Solferino? Nel frattempo, annota RadioCor, la Consob, l’organo di vigilanza della Borsa, «si riserva di esaminare la semestrale per le valutazioni del caso. La Commissione, quindi, attenderà la pubblicazione dettagliata della relazione finanziaria semestrale al 30 giugno di Rcs per capirne i motivi».
andrea.monticone@cronacaqui.it

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