Vladimir Putin (Depositphotos)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La battaglia dei mercati

La famosa frase attribuita a Einstein, quella sulle armi con cui si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale, associata solitamente all’incubo nucleare, non teneva conto del campo di battaglia del nuovo millennio, quello dove davvero possono essere rovesciate le sorti delle nazioni: il mercato. In questo strano conflitto in cui per il momento non esistono bollettini di guerra militari – vediamo le case bombardate, vediamo donne e bambini uccisi, non abbiamo le cifre delle perdite umane fra le truppe -, c’è una battaglia che presto potrebbe coinvolgere anche i Paesi non belligeranti o non invasi. La Russia, infatti, ha diffuso l’elenco dei cosiddetti «paesi ostili», in cui – assieme a Stati UnitiGran BretagnaGiapponeCorea del SudAustraliaNuova ZelandaSvizzera – ci sono ovviamente tutti quelli dell’Ue e con essi l’Italia. Cosa significa? Non che Putin voglia bombardare anche noi, per il momento, o dichiararci guerra. La classificazione è di natura finanziaria ed è una reazione del governo moscovita alle sanzioni economiche che stanno colpendo duramente. E le conseguenze possono essere diverse, secondo gli analisti dell’intelligence: a cominciare dal fatto che la valuta utilizzata dalla banca e dalle aziende russe sarà solo uno svalutatissimo rublo. In pratica: aziende e istituti economici italiani vantano crediti con la Russia sulla base di contratti sottoscritti in euro, ma i loro rimborsi, da adesso, saranno esclusivamente in rubli. Ossia, svalutati. E più circoleranno rubli, più Mosca ne stamperà, maggiore sarà l’inflazione. Si calcola che le banche italiane, le meno pronte in Europa a ridurre la propria esposizione, a differenza di Francia e Germania, siano esposte con la Russia per qualcosa come 25,3 miliardi di euro. La situazione di default si misurerà anche nelle esportazioni dalla Russia: non solo gas, che conta per l’80 per cento dell’export di Mosca verso l’Europa con un valore di 200 miliardi di euro l’anno – al momento Putin non sembra voler ricorrere alla chiusura dei rubinetti -, ma anche e soprattutto grano, che per l’Italia significa il 6 per cento di tutto quello che arriva nel nostro Paese. E se Russia e Ucraina insieme rappresentano un quinto del commercio mondiale di grano, nelle ultime ore è arrivata anche la decisione dell’Ungheria di chiudere le esportazioni nel timore di rimanere a sua volta vittima delle ricadute di sanzioni e controsanzioni: dai magiari dipendiamo per il 30 per cento delle importazioni del nostro grano tenero e il 32 per cento di mais. L’impatto sulla produzione di farine, pane e derivati è facilmente immaginabile. A conti fatti, è semplicemente utopistico pensare di non essere considerati belligeranti solo perché non presenti sul terreno di battaglia, anche in virtù della decisione di inviare armamenti all’Ucraina, circostanza che ha di fatto già spezzato l’idea di una ipotetica neutralità. In questo scenario, le mosse del governo di Draghi sono indirizzate alla ricerca di forniture alternative, a cominciare dal gas nel caso sciagurato di cui si parlava prima, anche se Putin è il primo a sapere che la misura sarebbe catastrofica in primis per il suo Paese, anche se quando si ha al tavolo delle trattative, per modo di dire, uno che agita lo spauracchio nucleare, ogni ragionamento lascia il tempo che trova. L’Europa è di fatto già in guerra. L’invasione russa avrà un costo altissimo che travalicherà i confini dell’est, un costo che pagheranno le nazioni, le banche, le imprese, ma più di tutti le popolazioni. Come per una carestia 2.0.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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