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La baracca bruciata

La Fenice di Venezia, bruciata nel ‘96, ha riaperto dopo 17 anni, identica a prima. Il Petruzzelli di Bari, andato a fuoco nel ’91, ha riaperto dopo 18 anni, anche lui uguale. Solo a Torino il Regio, bruciato nel 1936, ci ha messo 37 anni per essere riaperto, tutto diverso. Avrei preferito identico, per poter immaginare mio nonno Federico che dirigeva su quel podio nel 1898 e mia prozia Lia che cantava sul quel palco nel 1901. Ma bruciano anche altri teatri, come nel 2016 la vecchia piola della Baracca, in via Passo Buole. Anch’essa era un teatro, per noi goliardi: teatro di mangiate, bevute, canti e scherzi tollerati con simpatia dall’ostessa Wilma. Ne restano solo mura annerite, ferri torti e vegetazione selvatica che sta coprendo tutto, anche i deliziosi tavoli in pietra e la pergola di uva frola. Il più bel ricordo che ne ho è del 2005, quando morì mia figlia. Erano venuti goliardi da tutta Italia per il funerale, ed erano venuti per me, perché Maria Claudia non la conoscevano. Dopo il funerale offersi loro il pranzo da Wilma. Avevo il cuore sanguinante, ma mi sforzai. Era settembre, alè, tutti sotto la topia, e poi, sai com’è, il vino era buono, il cibo anche, le fruie i goliardi le hanno sempre dietro… fatto sta che a un certo punto tutti cantavano. Feci uno sforzo e mi unii ai canti, per non mortificarli. Un ragazzo di Pisa mi disse: “hai proprio due palle di ferro” ma non era questione di palle. Era Titti che voleva così, da lassù. Non voleva che soffrissi. Lo sentivo. La vita continua, ama i giovani, e loro la cantano. Piangono, magari, e poi cantano. Peccato che la Baracca sia bruciata. Ogni volta che passo lì davanti alle rovine, quel ricordo mi scalda il cuore.

collino@cronacaqui.it

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