carabinieri murazzi
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La banalità del male

Una bicicletta lanciata sulla folla dall’alto, un tonfo sordo, un ragazzo, Mauro Glorioso, 23 anni, nato a Palermo ma residente a Torino dove frequenta il quinto anno di Medicina, che si accascia sulla passeggiata dei Murazzi. Immobile. Urla, lacrime, disperazione. Lampeggianti e luci blu che squarciano la notte, un’ambulanza che corre mentre altre sirene circondano la zona, battendola palmo a palmo. A caccia di chi abbia potuto fare una cosa simile, che va oltre l’inconcepibile, riportando la mente a quel gioco bestiale di quasi 30 anni fa, quando un manipolo di ragazzini, il 27 dicembre 1996, lanciò un masso dal cavalcavia a Tortona, uccidendo Maria Letizia Berdini.

E’ la storia che non insegna, la banalità del male che torna a manifestarsi quando ai Murazzi è l’una della notte tra venerdì e sabato, e un gruppo di studenti di Medicina arriva al The Beach, uno dei pochi locali rimasti aperti sul Po, per una serata che doveva essere di festa. Cosa accada dopo, lo raccontano loro stessi. Nel primo pomeriggio di ieri, mentre escono dall’ospedale in cui sono venuti a chiedere notizie del loro amico e a dare conforto ai parenti. «Eravamo appena arrivati – ricostruiscono, ribadendo ciò che hanno messo a verbale negli uffici dei carabinieri -, stavamo aspettando di entrare, in fila. Quando quella bici è piombata giù e ha colpito Mauro». Che è crollato al suolo, privo di sensi. «Quella bici ha colpito anche me», spiega con la voce rotta dall’emozione uno della comitiva. Ma soltanto alla spalla. «E io sono corso su per cercare di capire chi fosse stato». Sopra, però, dove corso San Maurizio incrocia via Napione, «non c’era nessuno». Neanche un testimone. Ma una telecamera sì, quella c’è. La stessa che inquadrò gli ultimi istanti della vita spezzata troppo presto di un altro giovane, Stefano Leo. Sgozzato in riva al Po perché, avrebbe spiegato l’assassino, Said Mechaquat, «era felice». Felice come Mauro, come i suoi amici, che venerdì notte avevano deciso di concedersi una pausa. «Avevamo detto stiamo poco, così domani mattina iniziamo presto a studiare». E invece ora si ritrovano qui, in questa triste processione verso il reparto di Rianimazione in cui il loro amico è ricoverato, intubato, dopo un intervento per stabilizzare il grave trauma alle vertebre cervicali. La prognosi è riservata, la disperazione, nell’atrio del Cto è palpabile. «Speriamo soltanto che chi ha fatto una cosa del genere venga individuato presto», è l’appello degli amici e compagni di studi. «Non servirà a far stare meglio Mauro, ma quello che hanno fatto è inconcepibile». E criminale. Perché lanciare una bicicletta come quella, un mezzo elettrico del bike sharing di 25 chili, dall’alto di una balaustra di sei metri, vuol dire mettere in conto di poter uccidere. O comunque causare conseguenze irreparabili, giusto per il gusto di fare del male. A una persona qualunque. «Non c’erano state liti, nessuna discussione», dicono gli amici e confermano al “The Beach”. Dove però spiegano che il lancio di oggetti dall’alto, purtroppo, è diventata una tragica abitudine. Con le babygang che infestano la zona (proprio ieri davamo notizia dell’arresto di un gruppo di marocchini che qui avevano derubato due ragazze, approfittando del fatto che una di loro aveva avuto un malore) che fanno il tiro al bersaglio con bicchieri pieni di ghiaccio e bottiglie. Tanto che i proprietari del locale hanno dovuto mettere un gazebo all’ingresso. Lo stesso che ha attutito la caduta della bicicletta del bike sharing. Un gioco vile e infame. E una caccia ai colpevoli («per lanciare quella bici, dovevano essere almeno in due») che dalla scorsa notte impegna molti carabinieri. «Speriamo li prendano», ripetono gli amici di Mauro. Ma la caccia è difficile, anche se i militari avrebbero già indirizzato le ricerche verso una serie di gruppi ben precisi, che frequentano queste zone. E mentre aspettiamo quella che ci auguriamo sia una svolta imminente, il pensiero non può che andare a quella stanza della Rianimazione. Chi ha fatto una cosa simile, dovrebbe vederlo questo bel ragazzo di 23 anni disteso su un letto di ospedale. Immobile, con le flebo, le canule, un tubo in gola che gli permette di respirare. Dovrebbero essere trascinati qui, quei vigliacchi, ad ascoltarne i rantoli, sentire i bip dei macchinari che lo tengono in vita. Mentre nella mente degli amici e dei parenti, del fratello che piange e si dispera nell’atrio, scorrono le immagini piene di colori di un giovane che era partito da Palermo con il sogno di dedicare la vita a salvare gli altri, diventando un dottore.

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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