Pavel Nedved e Andrea Agnelli (Depositphotos)
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Anche le cimici al ristorante

Juve, le intercettazioni shock: «E’ come Calciopoli… ma fatta da noi»

I dirigenti Juve intercettati già nel 2021 dalla procura di Torino: «Tanto la Consob la supercazzoliamo…»

«Una situazione così brutta…l’ho vista solo a Calciopoli…Solo quella di Calciopoli l’ho vista più complicata. Lì c’era tutto il mondo che ci tirava contro, qui ce la siamo creata noi». È la sera del 22 luglio 2021 e a un tavolino del ristorante Cornoler di via Bellini sono seduti Federico Cherubini (all’epoca direttore sportivo) e Stefano Bertola (dirigente contabile). Bertola, uno dei 16 indagati per i presunti falsi nei bilanci della Juve, dice a Cherubini (non indagato), di essere «preoccupato». Si riferisce – secondo la Procura – alle operazioni sulle plusvalenze artificiali dei giocatori e alle relative conseguenze. Una cimice, sistemata sotto al tavolo il giorno prima dalla Guardia di finanza, su ordine della procura, registra tutta la conversazione, che dura tre ore. Quella di «Calciopoli» è l’intercettazione ambientale centrale per gli inquirenti. Quella che i pm Mario Bendoni, Ciro Santoriello e l’aggiunto Marco Gianoglio useranno al processo – che potrebbero chiedere tra pochi giorni – per dimostrare che, tra i dirigenti bianconeri, ci sarebbe stata consapevolezza del fatto che fossero in atto reati economici. «Qui ce la siamo creata noi», significherebbe questo: Calciopoli fu un evento non voluto, subito passivamente, mentre i presunti falsi nei bilanci sarebbero i frutti di una gestione troppo leggera e voluta, dei conti.

La procura attiva d’urgenza le intercettazioni il 14 luglio 2021. Il giorno prima era partita la verifica della Consob. Ecco perché Cherubini e Bertola si danno appuntamento a cena: per parlare della Consob e delle «plusvalenze artefatte nei valori». «Se torniamo a essere bravi… le avremmo sane come facevamo un tempo», si dicono. E riguardo al dialogo intrapreso nei giorni precedenti con Fabio Paratici (ex responsabile dell’area sportiva), Cherubini a Bertola dice: «Io gli ho detto Fabio, ci va una modalità lecita…l’hai spinta oltre. Ma lui rispondeva, “tanto negli scambi se metti quattro o metti dieci è uguale”».

Le trascrizioni dell’ambientale si aggiungono alle intercettazioni telefoniche. In una di queste Stefano Cerrato (ex responsabile area finanza) dice a un revisore, il 15 ottobre 2021, dopo avere parlato con Bertola, di avere preparato una memoria: «Penso, che però, sarebbe opportuno dargli un riferimento di principio contabile o di qualche cosa, cioè, posso io supercazzolarli in modo più raffinato? Invece di dire solo questo?». Starebbero parlando, secondo i pm, riguardo alla Consob, delle contestazioni mosse sullo scambio di un calciatore.

Quando arriva la pandemia, e la società decide di tagliare gli stipendi ai giocatori, promettendo restituzioni che poi non sarebbero state inserite nei bilanci futuri sotto forma di debiti (secondo i pm), i vertici bianconeri fanno cenno alla «favola del Covid». Il virus sarebbe stato un pretesto per mascherare rossi pre esistenti. L’espressione sarebbe dell’ex manager Marco Re, e per gli inquirenti è importante, perché il senso di quanto dice è: «Solo la metà di quanto abbiamo perso è imputabile alla pandemia». I problemi sarebbero esistiti prima. E ne sarebbe stato conscio, per primo, il principale indagato, l’ex presidente Andrea Agnelli, che scriveva mail, rispondendo e dando direttive ai suoi dirigenti, spesso. Mentre Chiellini gli avrebbe ricordato ogni giorno, nel giugno di due anni fa, quali plusvalenze andavano fatte entro il giorno 30. Che «Fabio» fosse l’uomo giusto per gestirle, sarebbe stato noto a tutti e anche ad Agnelli, che in un’altra mail, chiedeva ai suoi uomini: «Qual è la potenza di fuoco di Paratici?». Il riferimento sarebbe stato alle plusvalenze. E quando la bufera era nel pieno, Paratici, si sarebbe sfogato dicendo: «Tutti ora andate contro Paratici…ma erano tutti contenti prima quando veniva…». Come a dire, che tutti avevano bisogno di lui – è l’interpretazione della procura – per gli scambi dei giocatori che, da quanto era emerso, facevano anche altre società di calcio. Alcune di queste, come l’Atalanta, rischiano ora di essere al centro di altre indagini da parte delle procure competenti. In uno specchietto sequestrato recentemente in cui sarebbero indicati i debiti «fuori bilancio» (34 milioni di euro), che dovrebbero aggiungersi ad altri 30 milioni di euro (di «debiti agenti», relativi ai procuratori sportivi e ai presunti «mandati fittizi»), campeggia una scritta: «30 M» (la M starebbe per milioni). Sotto, c’è uno schemino con varie società. E vicino alla «Atalanta» c’è annotata una cifra. È Cherubini, sentito come teste davanti ai pm, a spiegare cosa significa: «La Juve ha 6,7 milioni di debiti fuori bilancio con l’Atalanta».

Sarebbero debiti extra, in nero, per i pm. E dimostrerebbero che – è la tesi della procura – fuori dai bilanci ufficiali, ce ne sarebbero altri, di una contabilità parallela e segreta. Per un totale di debiti elevato, di 72 milioni di euro.

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