Andrea Agnelli, Juventus con Paratici e Nedved (Depositphotos)
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La procura punta ai domiciliari

Juve, le accuse dei Pm: «Agnelli è sospettato di nascondere le prove»

Gli inquirenti ritengono che sussisterebbero i rischi di «inquinamento probatorio» e di «reiterazione dei reati»

Avrebbero «occultato le prove», nascondendo nei cassetti di studi legali “fidati” le carte segrete più compromettenti – comprese quelle sulle presunte «manovre stipendi» dei calciatori – i principali indagati della maxi inchiesta sulla Juve, riguardo ai quali la procura ha chiesto (non ottenendoli) gli arresti domiciliari: si tratta di Andrea Agnelli, del dirigente Fabio Paratici (oggi al Tottenham) e di Cesare Gabasio, l’avvocato e consulente legale della società accusato di avere «curato» la realizzazione delle «manovre stipendi». Nelle oltre 500 pagine con cui i pm Mario Bendoni, Ciro Santoriello e l’aggiunto Marco Gianoglio, a luglio, chiedevano al gip di arrestare i tre esponenti bianconeri, ci sono stralci di intercettazioni, messaggi di WhatsApp e presunti «elementi di prova» che dimostrerebbero come Agnelli e i suoi dirigenti, pur sapendo di essere indagati, avrebbero tentato di «occultare le prove» e reso concreto il rischio di «reiterazione dei reati». Secondo la procura, avendo gli indagati falsificato bilanci, creato «artifizi» con le plusvalenze dei calciatori e «nascosto» cifre di stipendi e bonus per un periodo considerato rilevante, sarebbe esistito, anche nel 2022, il rischio che gli indagati bianconeri commettessero reati ulteriori. Il gip Ludovico Morello ha rigettato con un’ordinanza la richiesta della procura, che ha prontamente fatto appello, ribadendo la necessità dei domiciliari.

La premessa di tutte le contestazioni dei pm è un semplice assunto: «La Juve era in crisi economica e finanziaria già da prima della pandemia». I reati sarebbero stati commessi per mascherare i “buchi” di bilanci sempre più in rosso. Se la Juve avesse dichiarato lo stato delle proprie finanze, è quanto scrivono i pm in sintesi nella richiesta al gip, sarebbe dovuta “fallire” già da anni, e sarebbe uscita dalla serie A. Si tratta, ovviamente, della filosofia dell’accusa, nettamente respinta dalla difesa.

Nella sfilza di contestazioni mosse dai pm ai 16 indagati ci sono il falso nelle comunicazioni sociali, le false comunicazioni rivolte al mercato, le false fatturazioni e l’aggiotaggio informativo. Le pene previste dal codice arrivano fino a 12 anni.

Per capire da quando i bilanci della Juve sarebbero stati (secondo i pm) falsificati per nascondere i “buchi” pre esistenti al Covid, si deve fare un salto nel tempo indietro, fino al 2019. Agnelli, presidente del cda, il suo vice Pavel Nedved, i dirigenti Fabio Paratici, Giovanni Marco Re e gli amministratori Maurizio Arrivabene, Francesco Roncaglio ed Enrico Vellano, avrebbero, con un comunicato datato 20 settembre 2019, informato il pubblico dell’avvenuta approvazione del bilancio, «evidenziando ricavi pari a 621,5 milioni e una perdita di 39,9 milioni». In questo modo, scrive la procura, «diffondevano false notizie circa la situazione patrimoniale, economica, e finanziaria della società, concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni ordinarie quotate in Borsa». In particolare, contestano i pm, «apponevano alla voce “Proventi da gestione diritti calciatori”, al titolo “Plusvalenze da cessioni diritti” l’importo di 49 milioni e 728 mila euro, componente positiva di reddito fittizia perché derivante esclusivamente da operazioni di scambio che erano connotate da valori artefatti, artificiali». «In questa maniera – conclude la procura – consentivano di esporre una minor perdita di esercizio pari a 39 milioni e 896 mila euro, anziché pari a 84 milioni e 504 mila euro, ed un patrimonio netto positivo pari a 31 milioni e 243 mila euro, anziché negativo, pari a 13 milioni e 367 mila euro». Lo stesso “modus operandi” sarebbe stato replicato nel 2020 e nel 2021.

Durante la pandemia, dalla Juve sarebbero state divulgate altre «notizie false», sulle intese sui compensi di calciatori e allenatori. I “patti”, relativi allo stato di “crisi” da Covid, prevedevano «la riduzione dei compensi per un importo pari alle mensilità di marzo, aprile, maggio e giugno 2020». Ma invece, contestano i pm, altri accordi riservati e privati tra Juve e giocatori, «vedevano la rinuncia a una sola mensilità, con recupero certo ed incondizionato di tre mensilità nelle stagioni successive, a prescindere dalla ripresa dell’attività calcistica e dal trasferimento del calciatore a società terze».

Altre irregolarità sarebbero poi state commesse sulla gestione dei diritti, come quelle relative al trasferimento di Can Emre al Borussia Dortmund e di Simone Muratore all’Atalanta (i calciatori non sono indagati). «La macchina è ingolfata», avrebbe detto Agnelli, in una delle intercettazioni, e per la procura si sarebbe riferito al “gioco” delle plusvalenze difficile da fermare, una volta avviato.

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