ivrea
Ieri & Oggi
LA CITTÀ DI UNA VOLTA

Ivrea, sottomessa ai Savoia solo a partire dal XIV secolo

Con i Longobardi divenne una delle città principali del Nord

«Ivrea la bella che le rossi torri / specchia sognando a la cerulea Dora / nel largo seno, fósca intorno è l’ombra / di re Arduino». Così Giosuè Carducci omaggiava Ivrea nella sua celebre ode “Piemonte”. Queste parole sono diventate una sorta di “marchio di fabbrica” dell’antica Eporedia, perché da questa definizione carducciana – ampollosa ma per niente stucchevole – altri autori hanno usato rivolgersi ad Ivrea in analogo modo. Primo fra tutti, Gozzano, che il Canavese lo conosceva bene. Dunque, Ivrea città rossoturrita, rocca del re Arduino, borgo bagnato dalla Dora cerulea: definizioni che omaggiano la bimillenaria storia di una città fondata dai Salassi (la chiamarono Eporedia, da cui l’attuale aggettivo che caratterizza gli abitanti, detti eporediesi) e quindi divenuta un fiorente avamposto romano. Sede di un ducato longobardo e quindi dominata dalla dinastia Arduinica, la città divenne una delle principali del Nord Italia, sede di una marca fiorente che andava – si perdoni la geografia sommaria – dalle Alpi all’Appennino.

Mica male, per la vecchia Eporedia, che fece atto di sottomissione ai Savoia solo nel XIV secolo, con il bellicoso Conte Verde. Anche Napoleone ebbe un moto di ammirazione per la vecchia capitale del focoso Arduino: ecco, dunque, che Ivrea divenne sede di uno dei burocratici dipartimenti francesi, umidamente denominati con attributi fluviali (Ivrea era sede del dipartimento della Dora). Gli eporediesi ringraziarono e dedicarono all’epopea napoleonica i costumi del loro carnevale storico, quello della battaglia delle arance. Magari Bonaparte avesse caricato i suoi cannoni con succosi agrumi! Invece, le bocche da fuoco del còrso divenuto imperatore se le ricordavano tutti: ed ecco che i costumi dell’epoca bonapartista divennero quelli del carnevale storico. Carnevale che dovrebbe essere ambientato nel Medioevo, ai tempi del castellano cattivo (i castellani sono tutti cattivi, per definizione) e della bella Violetta, popolana obbligata a concedersi alle lussuriose voglie del suo signore.

A prescindere dal fatto che nessuna ragazza, nel Medioevo, si sarebbe mai chiamata Violetta (nome che ebbe fortuna dopo la Traviata di Giuseppe Verdi) e che lo jus primae noctis è una leggenda metropolitana, il carnevale è definito storico per la sua fortunata tradizione nel corso del tempo: si hanno notizie del suo allestimento più o meno dal XVI secolo. In età più recente, Ivrea fece rima con Olivetti: fu la sede della prestigiosa industria di macchine da scrivere dal 1908. “Ivrea, città industriale del XX secolo” è stata esaminata in occasione della 42ª sessione del Comitato per il Patrimonio Mondiale svoltasi nel giugno 2018; purtroppo, non un cenno al rosso castello che tanto piacque al Carducci o al fantasma di re Arduino. Nessuno può sapere cosa abbia pensato, surclassato in sede Unesco dall’ingegner Camillo Olivetti. Ma lui, Arduino d’Ivrea, è morto da un pezzo: di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, da allora. Acqua, ovviamente, della cerulea Dora.

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo