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Politica
Paolo Damilano si svela in redazione

«Io un piacione da bar? Chiamparino si sbaglia, sono un Uomo del fare»

«Al Museo del Cinema mi nominò la sinistra. Ma sono apartitico. Nè camerati nè compagni. Torino bruttissima, sarà bellissima»

Damilano, si definisca in tre parole…
«Preferisco siano gli altri a dire cosa pensano di me. Credo di essere per bene, determinato e un gran lavoratore».

A proposito, come è andata la campagna elettorale? È stata faticosa?
Ho perso otto chili, proprio come Castellani ai tempi suoi.

Torino Cronaca ha raccontato i problemi della città sotto il titolo “La Torino Bruttissima”. Cominciamo dallo spaccio della droga. Lei cosa farebbe per contrastarlo?
«Con la legge. Bisogna dare gli strumenti alle forze dell’ordine per combatterlo, ogni giorno, ogni ora. Bisogna mettere telecamere, aumentare i controlli anche su chi affitta abusivamente ai criminali».

Degrado in centro e clochard. Come si risolve il problema?
«Punto primo: il degrado si combatte facendo rispettare le leggi, ma bisogna essere determinati, tutti i giorni, come si fa quando si gestisce un’azienda. Punto secondo: terzo settore, perché non è che i clochard li prendi e li puoi emarginare. Queste persone devono trovare un percorso adatto a quelle che sono migliaia di esigenze diverse. C’è quello che ha dipendenze da alcol e da droga, quello che ha problemi psichiatrici. Ma in ogni caso, in questa città, come abbiamo detto con Ernesto Olivero, nessuno dovrà più essere costretto a dormire per strada».

E come si fa?
«Guardi, uno della Caritas mi diceva che ad anziani e persone in difficoltà non bisogna dare soldi, ma voucher. Dirgli tutti i giorni che devono mettere a posto dieci panchine, ad esempio. Così dai un senso alla loro vita. Con il reddito di cittadinanza si è perso questo senso».

Questa idea dei voucher è fattibile?
«È una delle nostre idee. Vorremmo poter aiutare ma con una finalità. Gli ultimi sono una risorsa ma devono sentirsi coinvolti. Il lavoro è la medicina per qualsiasi tipo di malattia».

Lei l’altro giorno è andato davanti all’accampamento rom della Falchera, promettendo sgomberi in 48 ore. Come farà?
«Sono andato a dire che devono andare via perché lo prevede la legge. E qualcuno ha parlato subito di “virata a destra” di Damilano. Dire che si deve far rispettare la legge, oggi vuol dire essere di destra?».

Parliamo di case Atc occupate. Come pensa di affrontare l’emergenza?
«Chi parla di questo tema non lo conosce. Una buona parte di quelle case restano sfitte perché troppo piccole o degradate. E una buona parte poi non sono in città. Oggi il vero tema è: facciamo delle case, ripartiamo con la costruzione delle case popolari».

Adesso c’è il Pnnr, quindi ci saranno risorse da investire: avete individuato una cifra da spendere per il problema casa?
«Nessuno ha cifre precise sul Pnnr e non c’è ancora una cabina di regia per investire i soldi. Noi abbiamo le idee chiare sul fatto che le case popolari vanno costruite e che ci debbano essere affitti con la possibilità del riscatto finale».

Quanti alloggi popolari servono a Torino?
«Il numero esatto non lo conosco, ma io spero che ce ne servano tantissimi perché vuol dire che abbiamo riportato l’economia, l’industria e lo sviluppo nella città. Torino è una città che è passata da un milione e due a 800mila abitanti, forse meno. E se andiamo avanti così arriviamo a 500mila. Il problema, tra un po’, non sarà quello di avere le case, ma quello di avere i cittadini da metterci».

Per gestire i fondi del Pnnr pensate a un assessorato ad hoc, vero?
«Sì, un tecnico».

E chi è?
«Posso dire che è un uomo, ma il nome no. Perché da quando mi sono esposto, mi sto prendendo del fascista, sia io che la mia famiglia. Ora non posso chiedere a chi mi aiuterà di avere lo stesso coraggio che ho avuto io. Non voglio che debbano difendersi da attacchi come quelli che io subisco fin dal primo giorno della mia campagna elettorale».

Anche attacchi privati?
«Sui social ce ne dicono di tutti i colori, ma non me ne frega niente. Il tema è che la sinistra si fa scudo con l’ ideologia».

A proposito di fascismo, parliamo del caso Robella e di quel saluto ai camerati che lo hanno votato.
(Con il volto scuro) «Io non accetto di commentare ciò che dicono le persone che fanno parte di una coalizione. Se c’è uno dei miei che dice che la terra è piatta, io non mi preoccupo di spiegargli che la terra è rotonda. Io mi preoccupo del fatto che i prossimi cinque anni saranno determinanti per il futuro della città. Cosa vogliamo fare? Giudicare il sindaco per quel che ha detto un consigliere di Circoscrizione di una coalizione piuttosto che dell’altra?».

Però il consiglio comunale sarà composto anche da queste figure, no?
(Infastidito) «Ma cosa pensate che io possa fare oltre che dimostrare di essere il primo partito del centrodestra a Torino? Avreste scommesso sul fatto che la mia Torino Bellissima avrebbe avuto la possibilità di avere la maggioranza nella giunta? Però non si parla di questo. Oggi si sta cercando di spostare l’attenzione da un punto di vista elettorale contro di noi dicendo che il centrodestra è la parte politica che vorrà riportare il fascismo».

In un caso come quello di Robella, nei cui confronti ha espresso una posizione molto dura, non pensa di perdere voti proprio a destra?
(Si infervora) «Il partito ha preso le distanze, lo ha allontanato, cosa posso fare di diverso? E perché non mi fate una domanda sugli anarchici? Sono 10 anni che paghiamo gli hotel alla polizia per i No Tav. Spieghiamo quello ai cittadini. Quanto sono costati i poliziotti? Gli hotel? Quanti poliziotti sono stati feriti?».

In politica, anche le definizioni e il linguaggio contano. Ad esempio, lei ritiene censurabile la parola compagni, come la parola camerati?
«Se dietro queste parole ci sono delle ideologia di estrema destra o di estrema sinistra le ritengo censurabili».

Quindi, se non c’è quell’ideologia dietro, e magari ci si chiama camerata in maniera colloquiale, come avviene anche nell’esercito, si può fare. E se Robella rientrasse in questo caso, si può perdonare?
«A me non piace la parola camerata, e non mi piace la parola compagno. Le abolirei tutte e due».

Chiamparino, su queste pagine, ha definito il suo progetto una “caricatura della Milano da bere”. Prima l’aveva chiamata “piacione da aperitivi”. Ma non fu lui a nominarla alla presidenza della Film Commission?
«Sergio Chiamparino ha insegnato stile ed eleganza alla città. Mi spiace constatare che abbia scelto una linea diversa durante questa campagna. Detto questo, la mia stima nei suoi confronti è immutata. E so che è così anche da parte sua. Ognuno sceglie uno stile in campagna e credo lui abbia scelto uno stile sbagliato. Dopodiché io alla Film Commission sono stato nominato dalla giunta Conta e dall’assessore Coppola. Sono stato riconfermato dalla giunta Chiamparino e dall’assessore Parigi. Poi Chiamparino mi ha chiamato al Museo Nazionale del Cinema. Tengo a precisare che non ho preso un centesimo».

Senta, i Radicali hanno sollevato la questione di un suo presunto conflitto di interessi nel caso in cui, venendo eletto e diventando anche sindaco della Città Metropolitana, avrebbe competenza sulle fonti d’acqua nella provincia torinese…
«I miei legali hanno già avuto modo di dire che non c’è alcun conflitto di interesse. Chi ha governato e distrutto la città negli ultimi anni non ha altre armi se non il discredito cercando di rendere illegittima la mia candidatura a sindaco».

È vero che si è dimesso dalle cariche, ma la società che imbottiglia l’acqua è rimasta in mano alla sua famiglia. Si troverebbe a dover decidere sulle concessioni da dare alla sua famiglia. Le sembra corretto?
«La risposta, dal punto di vista legale, è che non esiste alcun tipo di conflitto di interesse».

E dal punto di vista dell’opportunità politica?
(Si innervosisce) «Non vedo nessun problema di incompatibilità. Perché allora anche i consiglieri che hanno un bar con dehors, le cui autorizzazioni passano dal Comune, dovrebbero avere un problema di conflitto di interessi. C’è una legge. Io la rispetto. Dopodiché ognuno è libero di pensarla come vuole».

Ztl: finita la sospensione per la pandemia, la allungherete?
«Bisogna cercare di far ripartire il commercio. Se si blocca il traffico adesso non si fa altro che creare del danno a tutti i negozianti».

Parliamo di buche: avete un piano per la manutenzione stradale?
«Useremo il catrame, manderemo in giro le squadre per chiudere le buche. Questo è il piano principale che abbiamo. Rientra negli interventi di decoro cittadino. Non possiamo pensare di avere una città piena di buche dove non solo le macchine si rompono, ma le persone cadono…».

Le chiedevamo appunto se avesse un piano, perché che le buche si tappino con il catrame lo sappiamo anche noi, ma noi non siamo candidati al ruolo di sindaco.
«Io credo, senza parlare di concetti troppo complicati, che ci debba essere un piano di manutenzioni che dica che ogni “tot” di anni si va a fare un rifacimento di una strada. Se in quel lasso di tempo si aprono delle buche andiamo a chiuderle. Non riesco a capire il punto».

Chiedevamo se una parte delle risorse del Pnrr, ad esempio, potesse essere usata per un intervento di restyling generale.
«I fondi del Pnrr devono far ripartire il Pil. Per assurdo, se avessi solo un euro a disposizione e mi chiedessero di scegliere se usarlo per mettere a posto le buche o per creare un posto di lavoro deciderei di creare un
posto di lavoro e con il Pil che genero tappo le buche».

All’inizio della campagna elettorale però diceva che le buche, come i problemi dell’anagrafe centrale o l’erba alta non erano priorità per il sindaco di una città che sogna in grande come Torino. Ha cambiato idea?
«Sono stato tacciato di avere idee faraoniche. Ma questo è il momento per avere idee faraoniche. Comunque ho sempre parlato di due fasi: la manutenzione e lo sviluppo cittadino. Se poi voi mi volete fraintendere dicendo che io sottovaluto il problema delle buche o dell’erba alta… Io non l’ho detto. Ho detto che mi piacerebbe che ai cittadini si potesse promettere due tipi di interventi. Quello delle manutenzioni e quello degli standard delle città più belle. Non scrivete che trascuro le buche».

Parliamo di Stellantis. Immagini di avere Elkan e Tavares davanti a lei: quali sono le prime tre cose che direbbe loro?
«Gli direi che Torino deve rimanere parte della storia della produzione del mondo dell’auto. Mi auguro e spero che un progetto di livello mondiale come quello di Stellantis tenga conto che a Torino ci sono le condizioni migliori per poter partecipare. Torino sarà disponibile a dare il suo contributo. Dopodiché, il futuro della città non deve essere unicamente dipendente da quello che è il futuro di Stellantis. Torino deve diventare un distretto imprenditoriale come quello bresciano o bergamasco, dove ci sono intrecci di una moltitudine di imprenditori, di grandi, piccole e medie aziende che fortificano il territorio».

E come lo creiamo questo distretto?
«Andando a instaurare delle relazioni a livello nazionale e internazionale. Dicendo a tutti: “Signori venite qui, perché noi qua abbiamo la formazione, la mano d’opera preparata, incentivi, sgravi e una città molto bella dove proprietari, azionisti e dirigenti possono venire a vivere”. Però bisogna prendere Torino e portarla nel mondo. Se io questa bottiglia (d’acqua minerale) che c’è sul tavolo non la faccio conoscere probabilmente non vengono alla porta a bussarci e a chiederci se abbiamo una bottiglia d’acqua da vendere».

Se perdesse le elezioni lei, che fa l’imprenditore decisionista, se la sentirà di fare opposizione per cinque lunghi anni al suo attuale avversario in un consiglio dove il potere della maggioranza è quasi assoluto?
«Certo che me la sento di fare opposizione. Voglio aiutare la mia città e quindi lo farei sia in un modo che nell’altro».

Damilano, lei è da tempo molto amico di Giorgetti… Cosa pensa dello scontro tra il Giorgetti governativo e il Salvini estremista di governo e di lotta, già vicino a Casa Pound?
«Per quel che mi risulta non c’è nessuno scontro tra Giorgetti e Salvini. Poi per quanto riguarda il rapporto che hanno con me, c’è fiducia, stima e collaborazione».

Lei ha puntato molto sul suo essere civico, ma per la fine della campagna elettorale avrà al suo fianco Salvini, Meloni e Tajani. Dei partiti, forse, per vincere alle elezioni c’è bisogno…
«Abbiamo deciso di fare un programma insieme. Torino Bellissima ha fatto la sua campagna, con risultati anche molto buoni e soddisfacenti. È giusto che anche i partiti facciano la loro parte nella campagna elettorale. Hanno dei leader di partito che sono venuti qui e tutti quanti cerchiamo di avere il maggior numero di voti all’interno delle nostre liste. Quello che è importante è avere una unità di intenti e un programma unico».

Oggi che aria tira? A poche ore dal ballottaggio su chi scommette? Lei o Lo Russo?
«Il vento è di riscatto, di voglia di cambiamento. E ci dice che non possiamo lasciare la città nella mani di chi l’ha governata male da dopo le Olimpiadi a oggi. Però c’è anche un vento che è quello delle periferie che grida: “Noi non andiamo più a votare”».

Le periferie hanno ascoltato tante promesse e ora non si fidano più…
«Gli altri non hanno fatto niente per anni. Stanno dicendo solo di non votarci perché siamo brutti e cattivi. Gli episodi a livello nazionale non fanno altro che aiutare questa teoria. Quindi finirà che le persone più incapaci e incompetenti, quelli che hanno distrutto la città, andranno a governare. E questo perché? Perché i più arrabbiati con loro non vanno a votare».

Un po’ di gossip: il marito della sindaca Appendino ha fatto sapere che la voterà. Ne è contento? Lo conosce?
«Non lo conosco. Mi fa piacere perché lui è una persona per bene, ha una attività, è uno che lavora. Sa che cosa significa pagare uno stipendio a una persona alla fine del mese e perciò non mi stupisce che abbia fatto un endorsement nei miei confronti».

Si dice che nel segreto della cabina elettorale anche Appendino voterà per lei…
«Io questo non lo so».

Centri commerciali: con i 5 stelle ne sono nati tantissimi che stanno uccidendo il piccolo commercio di vicinato e i mercati. Pensa di invertire la rotta?
«Sono per il commercio del territorio. Sono contro quello che chiamo “The Truman Show”, dove si trovano solamente più i grandi brand, tutti uguali. A Singapore, come a New York è così. In tutto il mondo ormai c’è questo modo di esibire il commercio. Mi piace pensare che la mia città possa essere precursore di un nuovo modo di fare commercio».

Ma la grande distribuzione?
«C’è già stata una inversione di tendenza. Quando arrivarono le Gru a Torino tutti andavano lì. Era il nuovo mercato, con l’aria condizionata e i giochi per i bambini. Oggi si torna indietro al supermercatino sotto casa. Bisogna che ci sia equilibrio. Il commercio cittadino deve tornare a rifiorire».

Oggi i negozi chiusi a Torino non si contano nemmeno più…
«C’è una desertificazione totale. Da Zucca, nell’arteria principale della città, abbiamo l’oreficeria Fagnola di fronte che ha chiuso. Del Pero ha tutta la carta davanti alle vetrine…».

Passiamo ai quartieri della movida. Lei ha diversi locali in città e vede il problema anche dal punto di vista dell’imprenditore. Come si può conciliare l’attività dei locali con il desiderio-diritto di dormire delle persone?
«Bisogna mettere insieme le esigenze dei commercianti e dei residenti. Io ho già un po’ iniziato a farlo e vedo che c’è apertura da entrambe le parti. Non è vero che i residenti siano contro la movida, bisogna però disciplinarla e darle delle regole. Io sono per una movida di qualità. È uno strumento eccezionale per far vedere quanto la nostra sia una città bellissima. Io voglio davvero che i ragazzi vengano qui a studiare perché gli amici gli dicono che è una città molto figa e ci si diverte. Sono però altrettanto d’accordo che non possiamo mandare dallo psicologo tutti i residenti di un quartiere».

Anche perché poi fanno causa al Comune e la vincono…
«Ci sono delle regole e basta rispettarle».

Tra chi non rispetta tanto le regole ci sono i monopattini. Avete in mente qualcosa? Magari finalmente sanzioni a chi li parcheggia ovunque sui marciapiedi?
«Sono per i monopattini, le bici e la mobilità green. Va bene tutto, ma bisogna fare in modo che non sia una giungla. Ora c’è un liberi tutti e vince chi sopravvive a fine giornata. Non va bene».

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