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Cronaca
LA STORIA

«Io, quattro mesi in cella da innocente per colpa di uno scambio di persona»

Luciano fu accusato di una rapina, mai commessa, a Cerignola. In manette una coppia di napoletani

Centoventuno giorni in carcere per Luciano, un altro mese ai domiciliari nella sua casa a Falchera per la moglie Anna. «E tutto per un maledetto scambio di persona». Luciano Di Marco, 39 anni tra qualche giorno, ha passato gli ultimi due anni e mezzo della sua vita a spiegare che non è un delinquente. Incubo iniziato nel luglio del 2019, quando gli agenti della mobile si sono presentati a casa della coppia per eseguire un’ordinanza del tribunale di Foggia. Accusati di un colpo commesso l’8 marzo del 2019 alla gioielleria Sciscio di via Aldo Moro a Cerignola, rapina in realtà mai compiuta perché lui lì non ci ha mai messo piede in vita sua. Dalle telecamere di videosorveglianza si vede entrare una coppia, poi un terzo individuo. «C’è una somiglianza ma null’altro» attacca Luciano.

A scagionarlo è una perizia dei tratti somatici e antropometrici. «Ma prima di arrivare a questo verdetto – rivela -, io e mia moglie ne abbiamo viste di cotte e di crude. Sono stato buttato in cella con un individuo a cui è stato dato l’ergastolo, ho fatto nove giorni di sciopero della fame. Sono stato lontano dai miei affetti, dai miei bimbi». Il suo caso è stato archiviato il 28 ottobre, a seguito di una scoperta fondamentale. Per la rapina del valore di 72mila euro a Cerignola, infatti, è stata fermata una coppia di Giugliano (Napoli). I due, soprannominati Bonnie e Clyde, sarebbero arrivati davanti alla gioielleria a bordo di una Fiat 500 di colore rosso. Poi avrebbero fatto irruzione nel locale, minacciando la commessa con una pistola e un taser. Svuotando la cassaforte, insieme a un complice non ancora individuato. I due sono stati denunciati con l’accusa di rapina pluriaggravata, porto e detenzione di una pistola, porto e detenzione di un’arma, contraffazione della targa dell’auto usata per il colpo. Coppia sotto processo per rapine compiute in altre regioni. Un finale che non cancella il passato ma che, almeno, porta un po’ di sollievo. «Le indagini sono chiuse – conclude Luciano -. Sto solo aspettando che chiudano la procedura nei miei confronti».

Poi la battaglia si sposterà su altri tavoli. Sì, perché Luciano – seguito dagli avvocati Domenico Peila di Torino e Giacomo Lattanzio del foro di Trinitapoli – vuole un risarcimento per danni procurati a lui e a sua moglie. «Ringrazio i miei legali per quanto stanno facendo, e voglio denunciare le persone che mi hanno accusato guardando le mie foto su Facebook, che hanno detto che ero il rapinatore. Quando, invece, io con quella storia non c’entravo proprio nulla».

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