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EDITORIALE DEL GIORNO

Io lo metterei più a destra

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Sei mesi fa raccontavo dei tre pensionati, Michelangelo, Sandro e Giovanni che coltivavano l’orto condiviso davanti a casa mia, a ridosso del Po. Michelangelo l’inventore era salito a giocare a scopone con San Pietro ai primi d’ottobre, e un mese dopo l’aveva seguito Sandro, l’ex meccanico del Pilonetto. Il superstite del terzetto, l’ex pompiere Giovanni, era preoccupato di esser rimasto solo a curare tutta quella terra ‘ereditata’, ma in sei mesi le ha cambiato faccia. Non è mai stato così bello, quell’orto. Segati gli alberi inutili, rifatto il canaletto esterno a bordo strada per evitare che quando piove forte l’acqua straripi all’interno, fatte tre serre di tubi e nailon, tutto zappato, sarchiato e pettinato che è un piacere a vedersi. Giovanni è di poche parole, ma gentilissimo. Non manderebbe mai via quei tre o quattro ‘umarel’ dei dintorni che con la scusa di tenergli compagnia vanno a disturbarlo durante i lavori, costringendolo a tenere conversazioni che non lo interessano, a dare spiegazioni non dovute e a ricevere consigli non richiesti. E se magari cala il silenzio, vigliacco se quelli prendono in mano una zappa, un rastrello per dargli una mano. Guardano compiaciuti con le mani intrecciate dietro il sedere come se dessero la loro approvazione, e con quella acquisissero il diritto di prelazione sulla verdura gratis al tempo dei raccolti (perché Giovanni il surplus lo regala, non lo vende). Tutti gli umarel del mondo hanno davanti ai cantieri quell’aria assorta da supervisori. Ho sempre creduto che nascesse dalla nostalgia del lavoro. Ora penso piuttosto che nasca dalla solitudine, dalla noia, dal bisogno di distrarsi, dal desiderio di sentirsi utili. Ma non troppo, nèh?

collino@cronacaqui.it

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