papa francesco asti 2
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Insalata russa, arrosto e bonet

Per tutti, qui, lui è semplicemente Giorgio. Il Papa venuto «dalla fine del mondo» che non ha mai dimenticato le proprie radici. Piantate ben salde nell’Astigiano, terra con cui ha sempre mantenuto un rapporto speciale e che ha visto suo padre Mario partire nel 1929 per cercare fortuna in Argentina. Del resto è proprio lui ad averlo ribadito, poche ore prima di salire sull’elicottero e arrivare a Portacomaro per far visita a tutti i parenti che gli sono rimasti. «Senza radici, la pianta muore». E a dargli nuova linfa, fin dal sagrato della parrocchia di Stazione, dove è atterrato, c’è l’affetto incontenibile di chiunque ne abbia anche solo incrociato lo sguardo per un istante, prima che raggiungesse la casa della cugina Carla che ha da poco festeggiato novant’anni e ne attendeva impaziente il ritorno. Ad accoglierlo sulla strada verso casa, oltre al sindaco di Portacomaro, Alessandro Balliano, che ha portato in piazza decine di bimbi, ci sono Nella e Armando Bergoglio, «l’ultimo della dinastia» sottolinea con un sorriso il cugino, al quale il Papa ha fatto dono di un rosario dopo aver chiesto all’autista di fermarsi un istante, così da poterlo salutare come si deve. «Non lo avevo mai visto di persona, ma una volta ci siamo sentiti per telefono, sono riuscito a stringergli la mano, è stata una grande emozione, sono molto contento» aggiunge Armando, pronipote del bisnonno di Jorge Mario Bergoglio, al quale somiglia come una goccia d’acqua. «È sempre rimasto lo stesso, come quando veniva a trovarci con l’abito del sacerdote che non ha mai smesso d’essere» racconta Nella, con gli occhi gonfi di lacrime che trattiene a fatica. «Gli ho detto che gli voglio tanto bene perché è davvero così, mi ha chiesto se cucino ancora, gli ho detto di sì e l’ho invitato a mangiare da me, nel mio ristorante» continua Nella, mostrando anche lei un rosario bianco che Papa Francesco le ha consegnato in una bustina marrone. Un’emozione che entrambi non hanno il tempo di razionalizzare, mentre attorno al tavolo della cucina di Carla Rabezzana cominciavano a prendere posto anche gli altri cugini Giuseppino, Graziella, Isa, Vanna, Elio. Nessun discorso sulla politica o sulla religione, mentre si mangia. «Tucuma nen» chiede Francesco lasciando spazio solo ai ricordi e alla passione per le bocce che condivide con Elio, degustando un menù tanto semplice, quanto speciale. Insalata russa e flan di prosciutto, agnolotti del plin, arrosto con carote e fagiolini e per dolce pasticcini e bonet. Tutto annaffiato dal quel grignolino che da queste parti è stato ribattezzato “il vino del Papa”. Dopotutto, non c’è un angolo di Portacomaro che non racconti di lui. La sezione degli alpini, dove spicca una fotografia di Francesco con il cappello piumato. Il circolo dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, che si affaccia sulla piazza principale del paese a cui Francesco ha donato un ritratto con una dedica esclusiva: “Al Circolo anziani di Portacomaro dove il mio nonno andava a giocare alle carte. Con la mia benedizione. E, per favore, pregate per me” si legge sulla pergamena in bella mostra su una parete del locale, dove ogni giorno Carla racconta del «suo Giorgio» come rivela la titolare, prima di tirare giù la serranda e correre in strada per cercare di vederlo da lontano. Persino il giornalaio, Claudio, non ha perso l’occasione di rispolverare i quotidiani con la notizia dell’elezione in prima pagina per mostrarli in vetrina. «Siamo un piccolo paese di 2mila anime, una grande famiglia e qui sua cugina Carla viene a comprare i giornali, parla spesso di lui e di quando le telefona a casa, chiedendole se disturba perché scherzando le dice “So che nelle case di riposo si dorme presto”. Una volta le ho chiesto: “Ma chi è Giorgio?” E lei, “Il Papa, ovvio”. Così da allora, per noi, il Pontefice è diventato Giorgio». Alla fine del pranzo, concluso sulle note del tango che gli ha dedicato la banda comunale, Carla è un fiume in piena di entusiasmo. «Abbiamo parlato sempre in piemontese e si è raccomandato di stare bene almeno fino a lunedì» si limita a raccontare ai cronisti che da giorni le assediano la casa, dirimpetto l’ospizio che il Papa visiterà prima di partire per Tigliole e Stazione di San Carlo. Ad attenderlo a pochi chilometri da Portacomaro, ci sono Franco Travo e Delia Gaj, genitori di Emma, scomparsa nel 2020 a soli 54 anni. «Giòrs, serve na man?» gli domanda Franco, aperta la portiera della Fiat 500 bianca che lo ha accompagnato fino al cancello. «No, grassie. Faso daspërmì» gli ribatte il Papa strizzando l’occhio con un sorriso che, ormai, il mondo intero ha imparato ad amare. E oggi, qui, c’era il suo mondo. Incastrato tra le colline della barbera e delle nocciole, dove il Santo Padre è semplicemente Giorgio. Chiunque riesca a strappargli un cenno di saluto ne approfitta subito e prova a domandargli una benedizione, lui non la nega a nessuno e a tutti chiede di pregare per lui. Ai sindaci di Tigliole, San Damiano e Baldichieri donerà anche una medaglia pontificia. «Ci ha detto di fare figli e ha benedetto la mia primogenita: speriamo che da stasera non faccia più capricci per prendere il ciuccio» racconta Daniele Basso, primo cittadino del paese che, solo a tarda sera, ha salutato il corteo che ha accompagnato il Papa ad Asti. Oggi è domenica e Giorgio tornerà ad essere Francesco dietro l’altare.

enrico.romanetto@cronacaqui.it

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