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IL CASO. Il sindacato ha presentato un esposto in Procura

Infermieri all’attacco: «Attesa fino a sette giorni per il ricovero»

Nursind contro il mancato rispetto delle linee guida e l’aumento degli ingressi negli ospedali, vicino al 30%

Per passare da una barella del pronto soccorso al letto del reparto servono da uno a sette giorni: si va dal minimo di 30 ore delle Molinette al massimo di una settimana dell’ospedale di Chivasso. Peccato che le linee guida impongano un limite di due ore: «Per questo abbiamo presentato un esposto alle procure di Torino e Ivrea – annuncia Francesco Coppolella, segretario regionale del Nursind, il sindacato degli infermieri – Crediamo che gli ospedali cittadini e della provincia non rispettino le linee guida nazionali e piemontesi, compresa quella mandata il 2 agosto dalla Regione. Nelle stesse linee guida è specificato che, superare il limite, espone a stress, errori, ritardi di valutazione e peggioramento degli esiti». Come successo di recente a un paziente del San Luigi di Orbassano: lui è morto mentre l’infermiere è stato condannato a otto mesi di carcere per omicidio colposo.

«Nessuno si è chiesto perchè quella persona è rimasta sette ore in attesa? – prosegue Coppolella insieme al segretario provinciale Giuseppe Summa – Qui è il sistema che non funziona. Stiamo arrivando ad un declino che potrebbe essere un punto di non ritorno: lo diciamo noi ma anche i sindacati dei medici, la comunità scientifica e soprattutto i cittadini. È ora che la politica e i manager della sanità si devono prendere le loro responsabilità e rispondere dei loro risultati. Non possono lasciare noi operatori con il “cerino in mano”: siamo stanchi». Anche perchè i dati preoccupanti sono tanti: non c’è solo quello del boarding, cioè il tempo di attesa per il ricovero in ospedale dopo il passaggio in pronto soccorso. Ci sono anche le «aggressioni quotidiane, il sovraffollamento e l’aumento degli accessi», come spiegano Coppolella e gli altri delegati. Che entrano nel merito: «I tempi di attesa all’arrivo in pronto soccorso sono doppi o tripli di quanto previsto, nonostante spesso si “sovrastimino” i codici per evitare che certi pazienti mettano le tende. E sono lunghissimi anche i tempi di rivalutazione dopo il triage: come può farcela un infermiere con decine di pazienti in boarding e la sala d’attesa strapiena? D’altronde il personale è un terzo o un quarto di quanto servirebbe». Secondo i rappresentanti degli infermieri, non c’entrano il caldo, il freddo e il Covid: «Questi dati rappresentano ormai la norma e ci preoccupano. Ogni ospedale va per conto proprio e le aziende sanitarie non ci hanno neanche risposto quando ne abbiamo chiesto loro conto: è grave. Ora speriamo che sia la procura a fare chiarezza su tutti questi numeri».

Nell’attesa, gli infermieri non ci stanno più: «Una volta un posto nei pronto soccorso era quello più ambito – riflette Summa – Ora non ci vuole andare più nessuno: perchè dovremmo affrontare certe condizioni, responsabilità e aggressioni per 1.600 euro al mese? Sopportiamo anche macchinari e attrezzature obsolete». Riprende Coppolella: «A fronte di questa situazione, i pronto soccorso sono rimasti l’unico punto di riferimento sanitario e sociale: ormai, se uno perde la casa, ha bisogno di soldi o ha litigato col datore di lavoro, viene da noi. Quindi siamo preso d’assalto, come dimostrano i numeri: rispetto allo stesso periodo del 2020, a luglio 2022 c’è stata una crescita del 30% delle ospedalizzazioni arrivate tramite il 118. E si parla di medicina territoriale: che fine hanno fatto gli 80 milioni dello Stato per potenziare l’assistenza domiciliare e assumere gli infermieri di famiglia? Probabilmente ci rivolgeremo alla Corte dei Conti».

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