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In ricordo di Bruno

Adoro la canzone “Genova per noi” perché sa di vecchio Piemonte. La strofa: “ma che paura che ci fa quel mare nero, che si muove anche di notte e non sta fermo mai” rispolvera storie di bisavoli che in paese se la tiravano perché “avevano visto il mare”. Nel 700 e primo 800 il viaggio di nozze si faceva a Torino “për vëdde la Capital”. Nel secondo 800, fatte le ferrovie, si andava a Genova “për vëdde ’l mar”. C’è rimasto talmente nel Dna, questo rito, che ancora negli anni ’60 la “botta di vita” dei vitelloni torinesi dopo una notte di bagordi era quella: saltare sulla “5 chiappe” e andare al mare a veder l’alba. Tutto questo (ed altro) è nella canzone scritta da Paolo Conte, ma lanciata da Lauzi. Meglio la versione lauziana. Ascoltarla da Conte è come sentire Ungaretti farfugliare i suoi versi con la voce chioccia. Una sciccheria filologica, per carità. Ma io li preferivo recitati da Albertazzi, come preferivo la “Genova” di Lauzi. Conobbi Bruno negli anni ’60 nella cave dello Swing Club, in Via Botero. Tutti ventenni. Il “tu” che viene naturale. Lui che (fuori show) suona per noi cose sue, noi goliardi che ne suoniamo a lui di nostre. Come a Rocchetta 30 anni dopo, nella piola dei Braida o a casa di Frola, il medico “scondotto”. La storia della carriera tarpata dal suo essere di destra la diceva già allo Swing. Ma allora avrebbe ancora potuto essere una scusa, un “nondum matura est” da volpe ad uva. A Rocchetta no. Era passata una vita, e lui era sempre lì, duro, anticomunista, e quindi snobbato dal “giro che conta”. Ma lui li ha fregati, i compagni, facendo l’occhiolino a noi goliardi. Li ha snobbati andandosene e scegliendo, come età di partenza per i concerti celesti, i 69 anni. Come diceva Marianini, “età impudica”.
collino@cronacaqui.it

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